Il "Vangelo" del boss Michele Greco

Le memorie del "Papa" di cosa Nostra raccolte nel libro "Michele Greco. Il memoriale" del giornalista Francesco Viviano

"Questi signori che mi imputano novanta omicidi debbono andare a farsi un accurato bagno nel fiume Giordano per lavarsi la coscienza". Michele Greco, il "Papa" di Cosa nostra, alleato dei corleonesi negli anni della "seconda guerra di mafia", si rivolge così nel suo "Memoriale", che chiama "Vangelo", a chi lo accusa di essere il sanguinario mafioso della Sicilia degli anni '80, quella in cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella spazzano via, a colpi di lupara, i vecchi "Don" palermitani e catanesi. Francesco Viviano, inviato di Repubblica, raccoglie le memorie del "Papa" nello splendido libro "Michele Greco. Il memoriale" (Yahoopolis edizioni).

L'infanzia trascorsa nel mandamento di Croceverde-Giardini, le battute di caccia nella tenuta di Favarella, a Ciaculli, dove il boss riceveva gente di ogni rango, gente importante, della politica e non solo; la sua ammirazione per il padre, "uomo di una generosità eccezionale", e per la madre, "un gioiello". E anche il suo presunto attaccamento a Dio, le letture della Bibbia all'alba, durante la latitanza nelle campagne di Cacciamo, e le accuse a Totuccio Contorno, "l'infame calunniatore", fedelissimo di Stefano Bontate, ammazzato a colpi di Kalashnikov, "il primo morto – scrive Viviano - della più cruenta guerra nella storia di Cosa nostra e che segnò l'inizio della fine della mafia". "Arriva Contorno – annota Michele Greco nel suo personalissimo diario - e fantastica la più feroce infamia di tutti i suoi crimini. Chi può dar credito a gente scomunicata come lui?".

L'odio che il "Papa" prova per "l'infame" è, dal suo punto di vista, giustificato. Fu proprio Contorno, chiamato "Coriolano della Foresta" per il suo coraggio, che, intuiti i piani degli stragisti di Corleone, comincia a far filtrare notizie sulla potente famiglia Greco, Michele e il fratello Totò, "il Senatore", chiamato così per le sue amicizie politiche. Confidenze importanti, decisive per le indagini di un giovane commissario di polizia, Ninì Cassarà, che per il più importante dei pentiti aveva tirato fuori lo pseudonimo di "Prima luce". E luce fu, perché, ce lo ricorda Viviano, da qui nasce il rapporto "Michele Greco più 161", firmato dal prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e che porterà alla prima grande retata contro Cosa nostra. Il pentimento di Contorno, avallato da Buscetta, sarà determinante per assestare colpi mortali, o quasi, alla "piovra" siciliana.

Il prezzo pagato fu caro: Cassarà e Dalla Chiesa vengono trucidati. E come loro anche Boris Giuliano, Michele Reina, Pier Santi Mattarella. Decidevano tutto i corleonesi, e spesso il braccio era Pino Greco, detto Scarpuzzedda, uomo senza scrupoli. "Gli altri" sapevano tutto a cose fatte. È nel carcere dell'Ucciardone che il boss di Croceverde, portato al vertice della "Commissione" dai corleonesi, che lo utilizzarono per spazzare via la vecchia Cupola dei Badalamenti e dei Buscetta, scrive il suo memoriale, e lo fa per far conoscere a tutti l'onestà della sua famiglia, le loro "opere di bene", la vita tranquilla e serena, "tutto casa e lavoro", nella campagna palermitana e la lontananza, assoluta, dalla mafia: "Buscetta mi colloca al vertice della Cupola e fino ad oggi non capisco il significato (…) non ho conosciuto mai, dico mai, gente di Corleone. Non passo da questo paese dal 1944-45". Ma è Dio, la religione, i sacramenti che ricorrono sempre nelle sue memorie: "Ho un grande desiderio: poter parlare con un uomo di grande filosofia religiosa (…) c'è gente che riderà nel leggere queste righe, ma non riderà chi crede". Ma è durante la latitanza che dice di sentirsi più vicino al Signore: "Trovarsi solo nel cuore del deserto (cioè della montagna) in una grotta o in una casetta abbandonata, quando sta per albeggiare, col Breviario in mano (…) si ha la sensazione di trovarsi faccia a faccia con il Creatore".

Non gli manca il senso dell'umorismo. Il capitolo sulla latitanza si chiude così: "Un'altra sensazionale notizia è che viaggiavo in elicottero. Quanto clamore si fece per questa scoperta. Infatti da quel giorno chiamai il mio mulo Elicottero". Michele Greco finisce in prigione il 20 febbraio 1986 perché "tradito" dai suoi, condannato all'ergastolo al maxiprocesso di Falcone e Borsellino, muore in ospedale per un tumore ai polmoni il 13 febbraio 2008. "Perdonatemi gli errori – scrive in coda al memoriale - tutta la vita ho fatto il contadino, ora nella vecchiaia ho cambiato mestiere. Purtroppo".