Il vangelo (nero) di Cormac McCarthy

Col suo primo romanzo, uscito nel giugno 1965, inizia la guerra dello scrittore Usa con i suoi demoni. E con il diavolo

Mosche. Era il gennaio del 2007, lo scrittore più riservato e arcano del pianeta dialoga con Oprah Winfrey, la zarina della tv statunitense. Un evento. Un sacrilegio. Come masticare ostie in un McDonald's. Cormac McCarthy, mentre risponde alle banali domande scoccate da Oprah, muove le mani come se scacciasse sciami di mosche. I suoi romanzi, in effetti, sono pieni di «mosche che si adagiano come acqua, liquide, sul corpo dei cadaveri». Ci sono anche parecchi cadaveri nei romanzi di Cormac McCarthy. Muoiono tutti, nel regno di Dio offerto in affitto al demonio, da cui è suppurata l'ultima goccia di provvidenza, tutti, buoni e cattivi, senza distinzioni. Sembra ammirare l'aria satura di mosche, Cormac, mentre dice a Oprah, esausta di stupore, che «certe volte è bene pregare. Non credo che sia necessario avere un'idea precisa di cosa o chi sia Dio per poter pregare». Trent'anni fa, nel 1985, McCarthy pubblica Meridiano di sangue , il suo libro più bello, una specie di Tramonto dell'Occidente in forma di western, un romanzo, comunque, che nanifica gli esercizi cinematografici di Sam Peckinpah e di John Ford, «il western che mette la parola fine a tutti i western. Direi che è il libro più orripilante di questo secolo», ha detto David Foster Wallace. In quel romanzo in cui grandinano mosche McCarthy si confronta direttamente con Moby Dick , «il mio romanzo preferito», solo che la balena bianca ha il corpo del giudice Holden. Enorme, glabro, con la testa titanica e calva, il giudice, qualcosa tra il Marlon Brando di Apocalypse Now e Vladimir Nabokov, usa a mo' di vincastro papale un fucile con sopra scritto «Et in Arcadia Ego», enigmatico, feroce memento mori . Il giudice Holden sembra esumato, come l'intero vocabolario di McCarthy, dal biblico Libro dei Re, o dai volumi, gonfi di vendetta e di sangue, delle Cronache, dove Dio sembra obbligare gli uomini al male per percorrere i propri fini di conquista. «Qualunque cosa esista nella creazione senza che io la conosca esiste senza il mio consenso»: il giudice Holden, che alla fine del romanzo danza vorticosamente tra le note dei violini - «non dorme mai, lui. Dice che non morirà mai» - è il demonio, Belzebù, il Signore delle Mosche. Le mosche. Che penetrano nel cadavere perlustrando il luogo dove iniettare le uova. La morte, si sa, fertilizza la vita. Scrivendo, Cormac l'eremita, lo scettico, tenta di adescare il demonio.

Alberi e pesci Meridiano di sangue garantisce a Cormac McCarthy l'ingresso nel canone della letteratura americana. Il giudizio ha il sigillo di Harold Bloom («è il romanzo più grande dai tempi di Mentre morivo , di William Faulkner»), che beatifica McCarthy insediandolo nel poker dei più autorevoli scrittori americani viventi, insieme a Philip Roth, Thomas Pynchon, Don DeLillo. La storia del romanziere Cormac McCarthy comincia cinquant'anni fa, il 1° giugno 1965, quando Random House pubblica Il guardiano del frutteto . Il romanzo, che come sempre racconta di derelitti - un contrabbandiere, un disadatto, un violento apolide - intrisi in lingua arcaica, è quello che deve di più a William Faulkner. Compreso l'editor, Albert Erskine, un segugio del genio, quello che ha fatto pubblicare Ralph Ellison, che ha dato una mossa a Malcolm Lowry per terminare Sotto il vulcano , che smussava l'orda retorica di Robert Penn Warren. In un articolo del 1992 il giornalista del New York Times interpella la seconda moglie di McCarthy, Anne De Lisle: «vivevamo in totale povertà. Per otto anni, abbiamo abitato una stalla. Ci lavavamo nel lago. Cormac era già uno scrittore conosciuto, un giorno gli offrirono duemila dollari per parlare dei suoi libri in università. Lui rifiutò. Tutto quello che ho da dire sui miei libri è nei miei libri, diceva». Nell'articolo, McCarthy parla soltanto di letteratura: per lui i «buoni scrittori» sono Melville, Dostoevskij, Faulkner, quelli, insomma, «che affrontano questioni relative alla vita, alla morte»; Proust e Henry James non gli interessano, «non li capisco, per me quella non è letteratura. Molti scrittori che in molti considerano grandi per me sono inutili». Inutile scavare con la cazzuola del gossip nella vita di McCarthy per trarne un'agevole agiografia: nato a Providence, la città di H. P. Lovecraft, nel 1933, ma cresciuto a Knoxville - la città che fa da sfondo al picaresco Suttree - allevato secondo i principi della Chiesa cattolica romana, pubblica i primi racconti nel giornale dell'università. Il resto è un valzer di occasionali borse di studio che gli permettono, in condizioni estreme, di scrivere. Un'esistenza totalmente dedita alla scrittura, che sbriciola due matrimoni su tre. La prima pagina del primo romanzo pubblicato da McCarthy parla del tentativo, andato a vuoto, di abbattere un olmo. L'ultima pagina dell'ultimo romanzo, La strada , parla dei salmerini, che «sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire».

Lupi e ciechi McCarthy ci consegna personaggi incisi con il coltello sul vetro. Rinthy, la donna dallo «sguardo remoto» di Il buio fuori (1968), il romanzo con cui Cormac salda i suoi debiti verso Flannery O'Connor; poi c'è Lester Ballard, lo stupratore necrofilo pittato come una madama del corrusco Figlio di Dio (1973). Eppure McCarthy lo avvicini meglio attraverso John Grady Cole e Billy Parnham, i due Lord Jim destinati alle tenebre della Trilogia della frontiera . In particolare, leggete le prime 110 pagine di Oltre il confine (1994), che raccontano, magistralmente, il legame tra un ragazzino e un lupo, che «è fatto come è fatto il mondo. Non si può toccare il mondo. Non si può tenerlo in mano perché è fatto solo di respiro». Poi prendete Città della pianura (1998) e leggete le ultime 35 pagine. Billy, sotto un cavalcavia, parla con un barbone, un cieco, un visionario. «Tu credi che gli uomini abbiano il potere di chiamare a sé ciò che vogliono? Di evocare un mondo nella veglia o nel sonno? Può un uomo essere così nascosto a se stesso?», dice il tizio, che descrive, forse, l'arte diabolica della scrittura. McCarthy ha occhi enormi, che trascinano nella compassione. Per questo ha indagato strenuamente la tenebra. Dal 2006, da La strada , la parabola postumana del padre che tenta di far accedere al futuro il figlio, in un mondo disfatto, Cormac McCarthy non ha più pubblicato un romanzo. Dicono che sia colpa del cinema. Nel 2007 i fratelli Coen girano Non è un paese per vecchi , tratto da quello che è il più brutto tra i romanzi di McCarthy, conquistando quattro Oscar. Nel 2009 John Hillcoat gira The Road ; nel 2013 James Franco compie Child of Gold , nel frattempo Cormac redige una sceneggiatura per Ridley Scott, ma The Counselor , gonfio di ferocia barocca, non pareggia i suoi romanzi. «Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena», ha detto Cormac nella sua ultima intervista. Sono quasi dieci anni di silenzio. La Cormac McCarthy Society (www.cormacmccarthy.com) ha annunciato che per i «Fifty Years» organizzerà, dall'8 al 10 ottobre 2015, un convegno a Memphis. Speriamo che per festeggiare Einaudi pubblichi The Stonemason , la tragedia scenica del 1994, l'unico testo ancora inedito di McCarthy in Italia. Io continuo a estrarre dai romanzi di Cormac frasi ustionanti. Le scrivo su un quaderno. Galleggia, così, una specie di vangelo nero e pauroso, che incenerisce ogni letteratura mai scritta.