Il vangelo di Zico: «Bravo Kakà ma l’unico fenomeno è Ronaldo»

Paolo Brusorio

da Milano

«Paolo Rossi non è mai stato un incubo. Quel giorno riuscì a sfruttare al meglio tutte le opportunità. Proprio cone i grandi campioni. Ma abbiamo perso contro l’Italia e non contro di lui».
Quel giorno: il 5 luglio dell’82. Volenti o nolenti (noi italiani più volenti, in realtà) per parlare con Zico non si può girare al largo dal quel pomeriggio. Arthur Antunes Coimbra, detto Zico: 52 anni, il suo sito non fa distinzione tra amichevoli e partite ufficiali e sforna questi numeri: 731 presenze (e 508 gol) nel Flamengo, 88 (e 66 reti) con il Brasile, 79 con l’Udinese (timbrò 56 volte). Anni Ottanta e di numeri dieci: c’erano Platini, Maradona, due stranieri per squadra. Rimase in Friuli per due campionati Zico, poi il ritorno a Rio. Il Flamengo. Casa. Prima di svernare nei Kashima Antlers, Antilopi giapponesi, allora alle prime corse dietro a un pallone. Vinse quattro titoli brasiliani e una coppa Intercontinentale. Nello staff verdeoro ai mondiali ’98, ora cammina da solo sulla panchina del Giappone, prima nazionale ad aver prenotato un posto ai mondiali di Germania.
Come si vive da imperatore del Sol Levante?
«Mi avevano chiamato per una sfida: qualificarsi. Sapevo che ci sarebbero state delle difficoltà, ma non ho mai perso la fiducia nella mia squadra: missione compiuta. E potrebbe non finire qui, vogliamo passare il primo turno in Germania».
Quanto è cresciuto il calcio giapponese dall’ultimo mondiale?
«Tanto. Anche grazie alla scuola sudamericana e, da qualche anno, a quella africana. Riuscire a farle convivere è una sfida continua».
Nomi da segnalare?
«Li conoscete già. Nakamura è eccezionale, calcia in modo fantastico. Poi Nakata e Ono. Ma tutti sono cresciuti dopo l’esperienza europea».
La cosa più strana che le è capitata da ct?
«Giocare, e vincere, un match di qualificazione mondiale contro la Corea a Bangkok, in uno stadio completamente vuoto».
Come la chiamano?
«Zico san. Mi vogliono bene, un affetto che mi riempie di orgoglio».
Il Brasile: Ronaldo, Ronaldinho, Kakà, Adriano, Robinho. I mondiali si potrebbero anche non giocare...
«Nel calcio moderno, niente e nessuno ti fa vincere in anticipo. Ma il Brasile è il grande favorito, non ci sono dubbi».
Un aggettivo per ogni stella?
«Kakà, Adriano, Ronaldinho sono fantastici. Ma l’unico fenomeno resta Ronaldo».
Con lui in squadra al posto di quel perticone di Serginho, avreste vinto voi nell’82?
«Forse sì. Con Ronaldo ogni impresa è, e sarebbe stata, possibile».
Già che ci siamo: quel pomeriggio al Sarrià Gentile la torturò per novanta minuti. Con le norme attuali, dopo quanto l’avrebbero espulso?
«Gentile non era violento come molta gente pensa. Contro Maradona fu molto duro, questo è vero, e meritava di essere cacciato. Contro di me fu ammonito subito per avermi tirato la maglia e per quel gesto lo misero in croce. Non lo meritava. Gentile fu fondamentale per quel titolo mondiale. Sono suo amico e gli auguro grandi successi come allenatore».
Sconfitti dall’Italia nell’82 e dalla Francia nell’86. E lei sbagliò pure un rigore. Che cosa brucia di più?
«Nell’82 avevamo una squadra fantastica. Perdere fu una delusione atroce, ma il calcio è anche questo».
Maradona e Platini: senza di loro la stella di Zico avrebbe brillato di più?
«Non ho giocato per la fama e per il successo. E comunque credo di averli avuti entrambi. La felicità di fare il lavoro che ti piace: ecco che cos’è per me il successo».
Il miglior ricordo della sua carriera?
«Aver giocato per il Flamengo, la squadra del mio cuore, e aver indossato la maglia del Brasile».
Il peggiore?
«Non aver disputato le Olimpiadi».
Ha un rimpianto?
«Dio mi ha dato così tanto da non potermene permettere».
Il miglior difensore mai incontrato? Gentile a parte...
«Scirea. Inarrivabile».
Ha visto il «nuovo» Maradona? Miracolo o grande forza di volontà?
«Maradona è stato il più forte della mia generazione. Poi, purtroppo, ha preso una brutta strada. Ho visto che è dimagrito e che sta ricostruendosi la vita. Spero che ci riesca e che il suo esempio serva a chi cade nella stessa tentazione e voglia uscirne».
Il giocatore brasiliano del futuro?
«Senza dubbio Robinho».
Compagni di squadra: si ricorda il più simpatico?
«Ho giocato con campioni capaci di scherzi incredibili. Uno indimenticabile è Peu, vera e propria macchina del divertimento. In più, ogni volta che s’innervosiva, cominciava a balbettare. Eravamo insieme al Flamengo. E una volta...».
Una volta?
«Era l’81 e stavamo andando a Tokyo per giocare la finale della coppa Intercontinentale contro il Liverpool. Gli facemmo credere che in Giappone non era permesso avere i baffi e che in dogana l’avrebbero rispedito a casa. In volo sparì nel bagno, quando uscì si era tagliato via tutto».
La partita che non dimenticherà mai?
«La vittoria col Flamengo sul Cobreloa nella finale della coppa Libertadores. Ma anche le mie partite d’addio al Maracanà, in Giappone e in Italia sono difficili da scordare».
La cosa più bella vista in uno stadio?
«I tifosi del Flamengo».
Meglio il «suo» calcio o quello attuale?
«Impossibile fare paragoni. Tempi e contesti sono troppo diversi».
Allora: dove si gioca meglio oggi. In Spagna, Italia, Inghilterra, Germania o... Giappone?
«Il livello è ovunque molto alto, ma nei campionati europei troppi stranieri finiscono per bloccare lo sviluppo dei giovani talenti e compromettere il livello delle nazionali. Per questo il Giappone sta cercando di costruirsi una propria identità calcistica».
Ha saputo dell’Udinese in Champions League?
«Sì, certo. E spero che faccia molto strada. Ho ancora molti amici in Friuli, soprattutto quelli che mi hanno intitolato un club e mettono allo stadio lo striscione con il mio nome: L’“Arthur Zico” di Orsaria».
Le piacerebbe allenare in Italia? E dove?
«Non ci ho mai pensato, ma certo che il ricordo di Udine è indelebile. Come la simpatia di tutti gli italiani per me».
Più probabile allora, la panchina del Brasile?
«No. La verità è che non ho mai voluto fare l’allenatore. Sono qui solo perché non potevo dire di no a un Paese che mi ha sempre accolto con grande affetto».
Quando era giovane la chiamavano Galinho, il galletto: che cosa è rimasto di quel ragazzo?
«Tutto. Sono più maturo, ho meno capelli, ma sono sempre lo stesso uomo».
La persona più importante nella sua carriera?
«Dida. Centravanti del Flamengo. Negli anni Cinquanta-Sessanta, segnò 244 gol, è stato l’idolo della mia infanzia».
E nella sua vita?
«Mio padre, Antunes il vecchio».
Sempre appassionato dei film di Charles Bronson?
«È stato un grandissimo attore. Recitare io? No, meglio lasciar perdere».