Vanna Marchi in cella: "Pronta a fuggire"

Dopo la condanna per i raggiri in tv, la polizia ha scoperto che aveva trasferito capitali all’estero, stava per scappare in Spagna. In manette anche la figlia. Fermate dopo le interviste in cui parlavano di riapparire in televisione

Milano - Vanna, come sempre, rosso fuoco. Stefania, come spesso, biondo platino. Ma le donne che alle sei di ieri pomeriggio si materializzano al primo piano della questura hanno solo la chioma delle due urlatrici da telecamera passate inossidabili sotto le forche caudine degli arresti, dei processi, delle condanne. Vanna Marchi e sua figlia Stefania Nobile si sono rese conto da una manciata di minuti che le hanno arrestate, e il mondo è caduto loro addosso. Hanno capito che in questo istante la condanna a nove anni di carcere smette di essere un pezzo di carta e diventa vita concreta, un tunnel interminabile di giorni e di notti da passare in una cella. Vanna Marchi, sahariana bianca e pantaloni zebrati, è una statua di sale. Sua figlia piange a dirotto, appoggiata a una parete: «Ma come è possibile, avevamo fatto ricorso in Cassazione». «Mi dispiace, Stefania - le risponde il suo avvocato Liborio Cataliotti - ma hanno fatto un’ordinanza di custodia cautelare. Adesso bisogna andare. Fatti coraggio». Le caricano su due auto, separate. Vanna Marchi in quella davanti, sguardo fisso nel vuoto. Stefania Nobile, con la faccia rigata dalle lacrime, in quella dietro. E via, senza sirene, verso San Vittore.

La catastrofe si abbatte sulle due donne senza preavviso. Il 27 marzo scorso la Corte d’appello aveva confermato la condanna di entrambe per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, punto d’approdo dell’inchiesta prima televisiva e poi giudiziaria sul racket di prediche, prodotti, minacce messo in piedi insieme all’inafferrabile mago do Nascimento. Condanne pesanti: nove anni e sei mesi alla madre, nove anni e quattro alla figlia. Ma non si erano disperate. Perché, come si dice in questi casi, «c’è sempre la Cassazione».
E invece no. Vanna e Stefania finiscono in carcere senza nemmeno attendere la condanna definitiva. Tutta colpa di un articolo poco usato del codice di procedura penale. In gran segreto, al momento della sentenza d’appello, il Procuratore generale Piero de Petris chiede alla Corte di spedire subito in carcere le due imputate. Motivo: dopo la nuova condanna c’è il pericolo che fuggano. Scattano le indagini affidate alla Squadra mobile di Milano, le due vengono intercettate e pedinate per mesi. E il risultato è riassunto nelle tre pagine di ordinanza con cui l’altro ieri la Quarta sezione della Corte d’appello - presieduta da Giovanna Ichino, la stessa Corte che aveva emesso le condanne - ordina gli arresti.

«Per l’entità dei valori in gioco e per il comportamento post delictum» nonchè per la «possibilità concreta che avrebbero di accedere a disponibilità economiche all'estero», scrivono i giudici, le due donne devono finire in carcere. Fatale alle due risultano la sparizione di una decina di miliardi dai conti di San Marino, prelevati e smistati verso destinazione ignota, e una serie di contatti con la Spagna, il paese dove si sospetta che sarebbero fuggite. Ma un peso rilevante ricopre anche il pericolo che tornino alla loro vecchia attività: «La Marchi si reca quotidianamente in Carpi» dove di fatto dirige un centro estetico, mentre la Nobile «collabora alla gestione di un ristorante dove è stata vista ripetutamente collegarsi a Internet con un pc portatile».

È sufficiente per avere la certezza che stessero per scappare? «No», risponde l’avvocato Cataliotti preannunciando ricorsi, «non avevano nessuna intenzione di fuggire». Ma l’ordinanza dice che per ripristinare la custodia in carcere è sufficiente la «ragionevole probabilità della fuga». Ora per Vanna e Stefania la prospettiva concreta è di attendere in carcere il verdetto della Cassazione e - se dovesse venire confermata la condanna - di rivedere la libertà solo a pena espiata. A questo brusco peggioramento della situazione, d’altronde - secondo quanto si legge nell’ordinanza - ha contribuito lei stessa, l’incontenibile Vanna, con le interviste rilasciate dopo la condanna di secondo grado, in cui attaccava tutti: magistrati, investigatori, persino le vittime, e annunciava il suo ritorno in scena. «Faremo ricorso - aveva detto spavalda - ma fosse per me andrei in galera anche subito». L’hanno accontentata.