«Vanna Marchi e la figlia meritano l’inferno»

«Colpevolezza accertata al di là di ogni ragionevole dubbio»

Stefano Zurlo

da Milano

Si accascia sulla panca sotto l’occhio implacabile delle telecamere. Stefania Nobile sembra un pugile ko. Immobile, i vistosi occhiali unico baluardo a difesa del viso sfatto. L’udienza è finita, il pm Gaetano Ruta ha appena concluso la requisitoria scagliandole addosso i fulmini di giudizi pesantissimi e una richiesta di condanna durissima: 13 anni di carcere. Uno più dei 12 proposti come sigillo alla carriera della madre, Vanna Marchi, che in aula non si è fatta vedere. E ben più dei 7 buttati sulla bilancia per Francesco Campana, lo scialbo ex convivente della Marchi, silenziosa comparsa della più grande teletruffa nazionale. «Se si può fare una classifica del cinismo - dice Ruta - Stefania Nobile guida questa classifica. Aveva una perfidia che difficilmente può manifestare un essere umano». Tutte e due, lei e la madre, «meritano la qualifica di iettatori perché hanno coltivato la sfortuna altrui, l’hanno venduta, altro che parlare di numeri fortunati al Lotto».
È andata avanti per cinque anni, dal giugno ’96 al novembre 2001, questa storia che racconta, meglio di tanti trattati di sociologia e reportage giornalistici, la pancia dell’Italia: donne di mezza età angosciate per le corna del marito, mariti depressi e superstiziosi, preoccupati per i figli o per i bilanci familiari risicati, donne e uomini logorati dal corpo a corpo quotidiano con la sorte che li teneva relegati nella mediocrità della vita di provincia o li spingeva giù, colpendoli con malattie o altre sfortune. Tutti avevano scambiato lo schermo, da cui tracimavano le facce delle Marchi e del mago Mario Do Nascimento (condannato in abbreviato a quattro anni e oggi latitante), per il davanzale della felicità. Trecentocinquemila clienti, stregati dal telecomando, che cominciavano comprando creme dimagranti o i numeri del Lotto e poi proseguivano nella scala del degrado chiedendo l’impossibile, seguendo rituali cervellotici e ridicoli e affidando il proprio destino a manciate di sale, rametti di rosmarino, amuleti di varia foggia e candele da accendere al buio. Una liturgia scandita come un metronomo, secondo le ottanta testimonianze ascoltate in aula, dalle minacce e dalle profezie di sventura gridate al telefono dalle due Marchi una, dieci, cento volte.
Una scenografia di cartapesta crollata il 27 novembre 2001 quando una signora di Solaro, in provincia di Milano, Fosca Marcon, chiamò Striscia la notizia e la teletrappola si ritorse contro chi l’aveva inventata. Chi di tv colpisce di tv perisce. «La tv è stata usata come una cassa di risonanza per celare un’attività truffaldina andata avanti per anni» e che nessuno, nonostante qualche isolata denuncia, è riuscito a fermare prima dell’arrivo a casa Marcon delle telecamere “buone” di Striscia e di Jimmy Ghione, il protettore dei truffati. «Non so se esistano casi similari in Italia o all’estero con la televisione usata come mezzo per commettere gravissimi reati». Del resto, Vanna Marchi, è «un personaggio televisivo che si era conquistato una certa credibilità. Un personaggio che si impone e va in tv e dice bugie in maniera sguaiata, menzogne su cui hanno vissuto per anni lei, sua figlia e il suo compagno». Si partiva con i numeri, poi chi li aveva acquistati ritelefonava immancabilmente perché la dea bendata aveva voltato le spalle e non aveva mantenuto le scintillanti promesse pagate poche migliaia di lire. Insomma, il dialogo avviato dopo aver visto le performance del mago Do Nascimento in tv, proseguiva al telefono in penose ed estenuanti contrattazioni condotte dai centralinisti dell’Asciè, il piccolo impero delle Marchi. Quelle conversazioni, secondo la ricostruzione processuale, seguivano tutte lo stesso copione: il malcapitato chiedeva perché non avesse fatto centro, gli operatori gli spiegavano che ci doveva essere una complicazione, una negatività, il malocchio. Partiva la rincorsa agli amuleti, al sale, ai portafortuna. La vittima si strangolava con le sue stesse richieste inverosimili, i “tecnici” alzavano la posta, lo sventurato di turno pagava una, due, tre volte. Decine, anche centinaia di milioni. Una donna si è prostituita, altri hanno prosciugato i conti di famiglia all’insaputa di mariti e figli, matrimoni sono saltati. Il catalogo delle miserie è senza fine. E su questo campionario di povertà l’Asciè accumulava le sue ricchezze: fino a 50 milioni di lire al giorno. Oltre 60 miliardi in cinque anni.
Ruta ha parole di comprensione per il popolo dei vinti che si consegnava con le mani in alto alle teleimbonitrici: «Tante persone erano in stato di sudditanza psicologica nei confronti degli imputati di questo processo, il rapporto fra soggetto attivo e soggetto passivo del reato sfugge ad ogni parametro logico e noi non abbiamo titolo per sindacare la maniera in cui si è comportata ognuna di queste persone in difficoltà». Persone che buttavano via le fatiche di una vita per stringere fra le mani bastoncini di legno e cianfrusaglie da carnevale. Persone che recupereranno a fatica gli spiccioli perché gran parte dei tesori custoditi nei caveau di San Marino sono spariti, chissà dove, prima degli arresti e delle perquisizioni. Ruta punta invece il dito contro le Marchi: «Iettatrici, coltivavano la sfortuna altrui, vendevano la sfortuna, altro che numeri vincenti al Lotto». E su tutti, in cima alla piramide del male, il pm sistema lei, Stefania Nobile che, seduta al primo banco come uno scolaro diligente, assiste impietrita alla requisitoria: «Si è comportata con cattiveria» maggiore di quella della madre con un «cinismo inaccettabile». Il suo posto, si accalora il pm parafrasando Dante, è «l’ultimo dei gironi del male». Oltretutto, nota il pm, virando verso la conclusione, anche in aula la Nobile «non ha mai detto nulla di incisivo, anzi si è contraddetta da sola». Pur avendo accettato temerariamente, insieme alla madre e a Campana, quel processo che gli altri imputati hanno invece schivato, defilandosi con lo scivolo dei riti alternativi e di pene più contenute. Restano solo quei numeri - 13, 12 e 7 - contrappasso di quelli sbandierati quando la ruota girava. E un omaggio del pm a Striscia: «È stata solo l’occasione della vicenda processuale, non certo la prova base».