Vannelli «the voice», non solo un revival

Dice sempre: «Ho solo cercato di raggiungere la perfezione; forse non la raggiungerò mai ma almeno mi aiuta a essere migliore». In questa frase si riassume l’opera di Gino Vannelli, artista sui generis, che da buon sperimentatore sfugge alle classificazioni e che tiene concerto al Blue Note oggi e domani (due performance per sera, il primo alle ore 21, il secondo alle 23, come è costume del club di via Borsieri 37), accompagnato da una band molto particolare composta da Mario Rosini al pianoforte, Riccardo Fioravanti al contrabbasso, Andres Villani al flauto e il quartetto d’archi Archimia. L’inedita formazione lascia intendere che non sarà un concerto comune (ma quelli di Vannelli non lo sono mai stati); piuttosto uno show diverso, come ci ha abituato l’artista italo-canadese che s’è inventato una fusion - basata sul suo canto ora grintoso ora sinuosamente melodico - raffinata, che mette insieme pop ed elettronica, jazz e suoni commerciali, sperimentazione e canzone, come testimonia il suo nuovo album A Good Thing. Difficile raccontare la sua carriera e la sua musica così variegata, ché Vannelli piace al pubblico più diverso e trasversale. Lui guarda avanti ma al tempo stesso riporta alla fine degli anni Settanta con un pizzico di romanticismo, un tocco di dance, una spruzzata di swing e tutto quello che ci vuole per far ballare e divertire senza essere troppo frivolo. Scoperto dal grande Herb Alpert (versatile trombettista, e direttore di gruppi come Tijuana Brass Band, vanta collaborazioni con Hugh Masekela, Sergio Mendes, Gato Barbieri e ha vinto una montagna di Grammy) che lo ha lanciato nel 1973. La leggenda vuole che Vannelli rimase una notte intera appostato sotto l’ufficio di Alpert, con chitarra a tracolla, e lo costrinse ad ascoltare le sue canzoni in mezzo alla strada. Verità o leggenda, Alpert fu colpito. Il suo sound era accattivante e già nel 1974 si faceva notare nelle classifiche di Billboard con People Gotta Move. Nel ’78 Alpert lo porta al disco di platino con l’album Brother to Brother, trascinato dal singolo I Just Wanna Stop, che ricevette cinque nomination ai Grammy ed è ancor oggi uno dei suoi classici. Al fianco di Gino c’era il fratello Joe, pirotecnico tastierista che creava per la musica di Gino sovrapposizioni sonore d’avanguardia e colorite. Con quella voce ricca di sfumature e le atmosfere da night (o da discoteca) di lusso, Vannelli ottiene un’incredibile popolarità e va e viene dalla vetta delle hit parade con brani come Nightwalker e album come Living Inside Myself e Black Cars. Sul finire degli anni Ottanta, in pieno successo ed elevato a sex symbol, Vannelli tira il freno e si allontana dalla scena. Qualcuno sostiene che per un po’ sia stato in un monastero buddista. Ritorna comunque nel ’90 con Inconsolable Man, premiato dalla critica, ma col passare del tempo si lascia andare a dischi come lo sdolcinato Slow Love, troppo melenso e patinato. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che il seguito di Slow Love sarebbero stati Canto e Those Are the Days, brani d’opera in italiano, francese, spagnolo, inglese che fecero colpo persino sul Vaticano, che invitò Vannelli a cantare per papa Giovanni Paolo II. Nel nuovo secolo Vannelli ha ripreso a sperimentare, mescolando i suoi brani famosi e suoni nuovi, spopolando sia nei piccoli club che nelle grandi sale dei casino di Las Vegas. Al Blue Note sarà una sorpresa e una novità anche per chi lo conosce a memoria.