Con Vannino Chiti il governo Prodi è già da Bagaglino

Francesco Damato

Male che vada, Romano Prodi si è costruito un avvenire per quando finirà la sua seconda avventura a Palazzo Chigi. Egli potrà divertire il pubblico al Bagaglino, riservandogli più sorprese di quante ne abbia già date e promesse da presidente del Consiglio nel seminario di San Martino in Campo. Dove, tanto per dare il buon esempio sulla strada raccomandata del risparmio, come se il governo non disponesse a Roma di sedi adeguate, ha affittato per due giorni una villa seicentesca per riunire i suoi ministri e aiutarli in quello che lui stesso ha definito «un rodaggio».
Non si era mai visto, francamente, il rodaggio di un motore già fuso, che consuma più olio che benzina. Per quanto prediliga l’ulivo, adottato a simbolo del suo progetto politico, non credo che Prodi sarà in grado di produrre e reperire tutto l’olio di cui ha bisogno l’allegra squadra di governo formata meno di un mese fa. Nella quale parecchi si contendono ancora le competenze in una baraonda di decreti, lettere, riunioni, dichiarazioni, sospiri e minacce.
Fra i ministri, per non riparlare di quelli che si sono già guadagnati le prime pagine dei giornali annunciando la demolizione di ponti ancora da costruire o prostrandosi la mattina ai magistrati e la sera ai detenuti, o contestando la parata militare del 2 giugno mentre Prodi ne sottolineava la natura «pacifista» per giustificare la sua presenza, ce n’è uno che merita più attenzione di quanta gliene sia stata riservata sinora per come tratta la logica: a calci nel sedere. È Vannino Chiti, addetto alle riforme e ai rapporti con il Parlamento.
Costui non si lascia scappare occasione per raccomandare la bocciatura referendaria della cosiddetta devoluzione, che è anche la riforma del premierato e del bicameralismo, e impedirne l’applicazione programmata fra il 2011 e il 2016, cioè in un periodo che consentirebbe di apportarvi nel frattempo tutti i miglioramenti possibili. Ai quali peraltro l’opposizione si è dichiarata disponibile, arrivando a proporre con Giulio Tremonti, vice presidente di Forza Italia, una mozione parlamentare bipartisan per indicare già prima del referendum del 25 giugno i punti da cambiare e gli strumenti da adottare.
No, la riforma va bocciata e basta. Cinque anni di lavori parlamentari vanno buttati nel cesso per lasciare in vigore quello che c’è, compreso il titolo quinto sulle regioni, le province e i comuni modificato nel 2001 con pochissimi voti di scarto dalla sinistra e risoltosi in un’infinità di ricorsi alla Corte Costituzionale. «Non ha funzionato a meraviglia», ha ammesso lo stesso ministro delle riforme, che ritiene evidentemente questa una buona ragione per non lasciarla cambiare dalle norme approvate dal centrodestra.
Fra i quattro sottosegretari accettati da Chiti per il suo ministero ce n’è uno, Paolo Naccarato, del quale il vice presidente del Consiglio Massimo D’Alema ha chiarito in un sussulto di sincerità e sarcasmo che è addetto ai rapporti non con il Parlamento ma con l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, di cui è stato collaboratore. Lo stesso Cossiga evidentemente ne ha chiesto la nomina prima di votare, con gli altri senatori a vita, la fiducia al governo.
Temo che neppure il Bagaglino basterà a soddisfare le ambizioni alla comicità coltivate nella coalizione prodiana uscita vincente dalle urne per un pugno di voti: cosa peraltro che avrebbe fatto sommergere di proteste e scioperi l’Italia se a vincere in quel modo fosse stato il centrodestra.