Vanno a casa per colpa sua

Superate mille avversità ben più
gravi, dalla Finanziaria al welfare,
il Professore potrebbe scivolare
sulla buccia del "sòla che ride". Il ministro contesta gli
inceneritori, poi si dice "incompetente" sulla
questione campana. Il governo finirebbe
nei rifiuti, quelli che
il leader dei Verdi
ha lasciato a Napoli<br />

C’è chi cade sul pecoreccio. Questi cadono sul Pecoraro. Non che ci sia molta differenza, per la verità: ma sarebbe davvero la degna fine di questo indegno governo. Ha retto (più o meno) sulla politica estera, ha retto (più o meno) sull'economia, sulla Finanziaria e sul welfare. E ora crolla miseramente inciampando sul ministro dei miei Bali, gran frequentatore di conferenze climatiche internazionali e ilare partecipante ai funerali dei soldati morti a Nassirya. Qualche tempo fa l’avevamo chiamato «il solo che ride». Ora fa un passo in avanti: diventa «il sòla che ride». Ma la sòla stavolta è per Prodi.


Dal catastrofismo alla catastrofe, in fondo il passo è breve. Ed è quasi una nemesi storica, una tragica coincidenza del destino pensare che l’uomo dei no, dopo aver bloccato tutto quello che c’era da bloccare in Italia, dai termovalorizzatori ai rigassificatori, dalla Tav agli Ogm, dal nucleare alle antenne Tv, finirà probabilmente per bloccare l'esistenza del governo di cui fa parte. Non male no? Forse è la prima volta che fa davvero qualcosa per ridurre l’inquinamento. Se non altro, l’inquinamento prodiano della nostra vita.
Gli esegeti del Palazzo diranno che quello che mette davvero a rischio la vita del governo non è la questione Pecoraro Scanio, quanto il caso Mastella. Riepiloghiamo la situazione: l’Udeur chiede il voto di un documento in cui tutta la maggioranza compatta sostenga la linea ceppaloniana contro la magistratura; Prodi difficilmente potrà accontentare la richiesta perché altrimenti Di Pietro se lo rivolta come un calzino; e dunque mercoledì, quando si voterà la mozione su Pecoraro Scanio, l’Udeur potrebbe vendicarsi appoggiando la mozione di sfiducia contro il ministro dell'Ambiente presentata dall'opposizione.

In quel caso, Prodi andrebbe sotto e non potrebbe far altro che dimettersi. Dopo averci ridotto al verde, scoprirebbe così che il verde può essere un colore pericoloso. Non sempre indica speranza.
Abbondiamo di condizionali perché sappiamo bene di che pasta sono fatte le truppe mastellate. Quelle sono capaci di vendere i loro affetti più cari per una fotina sul giornale, figurarsi che cosa sono in grado di trattare di qui a mercoledì. Potrebbe essere un mercoledì da leoni, ma anche da pecore. E forse anche da Pecorari. Epperò è vero che in genere il buon Mastella è abituato a stare solo con chi vince e di questi tempi sperare di vincere con Prodi è quasi come sperare di vincere col mio amato Torino. Le sue minacce appaiono credibili. Non a caso ieri in molti, da Veltroni in giù, hanno fatto capire che si stanno preparando alle elezioni, dando per scontato che stavolta il governo rischia davvero.

E allora guardatelo bene in faccia, il nostro Pecoraro Scanio. Poi chiudete gli occhi e ripensate alla sua carriera. Fatto? Ma sì, in fondo non ci vuole molto. Potete scegliere gli episodi che volete. Per esempio quando da ministro dell'Agricoltura entrò in una stalla e confuse un toro con una mucca. Oppure quando, per dimostrare di non essere solo un uomo del no, disse sì a proposte indimenticabili come la creazione del museo del mandolino, la proclamazione della pizza come patrimonio dell’umanità e soprattutto la nomina del cantante Gigi D’Alessio a «patrono del pesce azzurro». O ancora quando (è fresca fresca) da ministro dell’Ambiente si è dichiarato «incompetente per i rifiuti in Campania», dedicando però soldi ed energia alla costruzione di discariche in Kenya. Ora aprite pure gli occhi. Fatto? Ecco riguardatelo: la sua carriera è finita. E il governo Prodi, forse, pure.

Se poi volete un momento di assoluto buonumore provate a immaginare la faccia di Prodi che, dopo essersi arrampicato per mesi sugli specchi per tenere insieme i cocci della maggioranza, alla fine scivola sulla buccia di Pecoraro. Povero Professore: ha retto all'urto delle critiche internazionali, al declino dell’economia, agli attacchi dei sindacati, alla rivolta degli italiani: ma, forse, date le circostanze, non ce la farà a reggere alla mozione di sfiducia contro «il sòla che ride». Potrebbe sembrare un paradosso, uno scherzo del destino beffardo. E invece forse è solo, finalmente, un atto di giustizia. Basta guardare le immagini che continuano ad arrivare da Napoli: le tonnellate di rifiuti, le scuole chiuse, i topi, l'allarme sanitario, la munnezza che invade le strade senza che si veda soluzione alcuna alla vera catastrofe, l'unica di cui i catastrofisti non si sono mai occupati. Basta guardare questo disastro quotidiano e pensare che il ministro dell'Ambiente si è dichiarato al riguardo «incompetente». Basta pensare al danno irreparabile in tutto il mondo che questo disastro provoca.

E allora si capisce che non può essere altrimenti. Che, se davvero Prodi mercoledì cadrà, cadrà come il cacio sui maccheroni o come il sale sul branzino, in abbinamento perfetto e quasi provvidenziale. Perché il peggiore governo della storia della Repubblica non potrebbe finire meglio di così. Nell’immondizia.