Varato il governo di «resistenza» palestinese

Il presidente Abbas prende le distanze e parla di pace Ma l’Europa è già pronta a dare credito all’esecutivo dell’Anp senza contropartite

Il governo è fatto. Il Parlamento palestinese gli ha concesso la fiducia e il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha accolto il giuramento dei suoi 25 ministri. Adesso bisogna soltanto governare, ma per riuscirci c’è bisogno di soldi, tanti soldi. Arriveranno? Se si dovesse dar retta ai principi l’esecutivo di unità nazionale dell’Autorità Palestinese dovrebbe chiudere per bancarotta già oggi. Il programma privo di qualsiasi riferimento al riconoscimento d’Israele o alla rinuncia alla violenza e il discorso del suo premier Ismail Haniyeh, deciso a rivendicare la «continuazione della resistenza con qualsiasi mezzo», basterebbero a negargli qualsiasi riconoscimento internazionale e a privarlo di qualsiasi finanziamento. Ma principi e «real politik» rischiano stavolta di muovere in direzioni diametralmente opposte.
Tre componenti su quattro del Quartetto Diplomatico sembrano già disposti a non pretendere il riconoscimento dello Stato ebraico, la rinuncia alla violenza e la piena ratifica dei vecchi trattati di pace. Sono pronti, dunque, a rinunciare ai tre principi cardine enunciati dopo la vittoria di Hamas. L’Onu ha già definito la nascita del governo «un passo nella giusta direzione». La Russia si è detta soddisfatta per il rispetto delle richieste internazionali. L’Europa potrebbe seguirli a breve. Un chiaro segnale del possibile cambio di rotta europeo arriva dal Regno Unito. Londra, uniformandosi alle Nazioni Unite e distanziandosi dagli Stati Uniti - contrari come Israele a qualsiasi riconoscimento del nuovo governo -, definisce un passo nella giusta direzione la fiducia all’esecutivo concessa dal Parlamento palestinese. Il cedimento inglese sembra lasciare via libera alle posizioni molto più flessibili di Francia, Italia e Spagna e di quanti in Europa premono per la ripresa degli aiuti finanziari ai palestinesi.
Se la situazione internazionale sembra insolitamente favorevole, quella interna è molto meno rosea di quanto faccia pensare la bulgara maggioranza di 83 voti a favore e 3 contrari registrata nelle aule parlamentari di Ramallah e Gaza riunite in teleconferenza. Già quei numeri ricordano l’anomalia di un’assemblea in cui 41 dei 132 deputati eletti sono, allo stesso tempo, detenuti e ospiti delle galere israeliane. L’aspetto più paradossale resta però la dicotomia interna malamente mascherata dal programma di facciata. Una dicotomia che riecheggia stentorea quando il premier di Hamas Ismail Haniyeh riafferma da Gaza il diritto alla «resistenza in tutte le forme», mentre a Ramallah il presidente Abbas tende le mani agli israeliani «per raggiungere la pace della libertà» e ricorda «il rifiuto della violenza in tutte le sue forme». Haniyeh ha introdotto anche toni più pacati ipotizzando la ricerca di una tregua di lunga durata e accennando «alle molte difficoltà e alle molte sfide da affrontare», ma l’impressione di un governo bicefalo è difficile da cancellare.
Resta da capire, peraltro, quale delle due teste si dimostrerà veramente in grado di decidere. La comunità internazionale spera ovviamente in Abbas. Il presidente avrà carta bianca per tutte le trattative internazionali e non dovrà temere il voto contrario dei ministri di Hamas perché in caso di dissidio sarà un referendum popolare a dirimere l’eventuale controversia. Neppure queste garanzie soddisfano tutti. Dopo gli accordi della Mecca molti, soprattutto in Israele e Usa, temono l’ipotesi di un Abbas ostaggio di Hamas e delle pressioni saudite. Timori che Abbas non si sforza di dissipare. Ieri il presidente ha invitato i Paesi arabi a non cedere alle richieste israeliane per la cancellazione dal piano di pace saudita di qualsiasi riferimento al ritorno dei profughi previsto dalla risoluzione 194 dell’Onu. Di fronte a quest’ambigua situazione, gli Stati Uniti hanno già fatto sapere di non prevedere sostanziali mutamenti di rotta nei confronti del nuovo esecutivo. Il governo israeliano ha già fatto sapere di non esser disposto a trattare. «Israele non coopererà con questo governo - ha detto il portavoce del premier Ehud Olmert -, un governo che non riconosce la nostra esistenza, non riconosce i trattati e, ciò che è più importante, non rinuncia in alcun modo al terrorismo».