Varese e gli altri «maudit» meneghini La linea dei lombardi stravaganti

Sonetti irriverenti e poemi in dialetto fra osterie, facchini e meretrici: gli artisti «in rivolta» dal ’400 al ’600 riletti da Dante Isella

È un vero piacere intellettuale (e di natura, vorremmo dire, non solo letteraria, ma del pari sociologica, storica, artistica, storico-materiale) quello che si scopre leggendo Lombardia stravagante di Dante Isella (Einaudi, pagg. 326, euro 25), e costituisce una ulteriore dimostrazione di come anche il lavoro critico-filologico più serrato e rigoroso, su testi d’interesse soprattutto accademico e poco conosciuti dal pubblico, possa avere a volte la stessa presa e il fascino della letteratura di più esplicita fruizione.
Con questo suo nuovo libro di «studi e testi» di autori lombardi compresi tra la fine del Quattrocento e l’inizio Seicento, Isella completa in pratica la mappatura di una delle più rigogliose tradizioni culturali della nostra storia letteraria, quella che, sulla scia di Contini, è stata definita una vera e propria «linea lombarda», che va da Bonvesin de la Riva a Carlo Maria Maggi e poi al Porta, al Dossi e fino a Gadda. Esiste quindi un filo continuo di Lombardi in rivolta, per dirla col titolo di un altro libro di Isella, cui si rimanda il lettore che voglia seguire, lungo i secoli, i percorsi e le specificità di tale spirito «rivoltoso», le qualità e i gradi, volta a volta, dell’innovazione e della sperimentazione, del mimetismo e del teatrale, del dissacratorio e del ribaldo.
C’è per esempio, tra gli autori di questa Lombardia stravagante, un François Villon di Porta Ticinese, autentico maudit, che non mancherà di stupire il lettore. «No m’ domandé de grazia dove stò./Che maledetto sia, stò d’ona cà/dov’ no poss dì né nogg mai repossà/dal fregg e dal fracass e dal spuzò»: è l’attacco di un sonetto in cui descrive la sua abitazione, che si conclude così: «Ma cazz mì vuj sfugì/e portà via ’na nogg la paja e ’l legg./Maledett sia ol patron, la cà col tegg». E non meno veemente è il sonetto indirizzato a una meretrice che lo ha lasciato: «Va mò porca su i forch, va che t’hó intes,/va mò in ti magazin coj tû berton \,/che te ne trovaré mai più on cojon/inscì dolz com’è stà Fabij Vares...».
Si chiamava Fabio Varese, questo poeta maledetto, era nato intorno al 1575 e nella giovinezza «borghese» aveva studiato di greco e di latino, ed era diventato cantore alla Cappella di S. Gottardo. Di questo viveva, prima o intanto che esprimeva in versi con accenti originalissimi le sue insofferenze, la sua sulfurea polemica contro la boria altrui, e si dava verosimilmente a vita un po’ balorda, poiché era diventato padre di una Laura Lucia «nata di fornicatione», come dicono i registri battesimali, ed era stato escluso dalla necessaria eredità di uno zio, finché fu spazzato via, nel 1630, dalla tragica scopa della peste manzoniana.
Del Bengodi che doveva essere Milano prima della peste potrebbe esser chiamato a testimonianza il Cheribizo, lo strepitoso poemetto anonimo di oltre trecento versi in dialetto lombardo-orientale in cui il poeta, innamorato della Togna, esibisce alla sua donna, perché si decida a sposarlo, un catino di cristallo montanino, mirabilmente intagliato. La descrizione di questo intaglio finisce per essere uno straordinario ritratto della città, che sembra un inventario universale. Non vi trova spazio tanto la Milano monumentale, quanto le cinquantotto osterie con le loro insegne, di cui la città andava famosa, e le botteghe di ogni mestiere, e i negozi stracolmi di mercanzie, le voci dei venditori ambulanti, il via vai dei facchini, e fruttivendole, guardie di salute pubblica, ufficiali, mendicanti, bellimbusti, e «Roman, Francis, Todesch e di Spagnui,/Venezian, Veronis e Fiorentini,/Bolognis, Mantovani e Feraris/Napolioch, Genovis, Ceciliani...», così che nella calca, tra i negozi di cibarie, le macellerie con le carni appese, le grida di richiamo, pare di sentire gli odori del mondo, come in un quadro di Hogarth.