Varillon e la compagnia delle parole

A costo di apparire francofilo (in effetti lo sono, ma questo non c’entra) faccio seguire, alla presentazione della splendida biografia del Curato d’Ars, quella di un’altra straordinaria figura di francese, il gesuita François Varillon (1905-1978), di cui Jaca Book ci offre una bellissima antologia (Traversate di un credente, a cura di Charles Ehlinger, pagg. 285, euro 26).
Capita così di rado di incontrare una simile apertura intellettuale unita a tanta concretezza cristiana. La parola cristiana, di qualunque cosa parli, consola sempre, ci è sempre compagna, perché il cristianesimo non è una dottrina ma una vicinanza, una compagnia, la compagnia di un uomo che è Dio, e la parola trattiene la forza di chi la dice.
«Il compito dell’uomo è fare l’uomo» scrive Varillon: «Qualunque sia la nostra condizione - sposati, celibi - la nostra età, il nostro sesso, la nostra professione, si tratta sempre, direttamente o indirettamente, di fare in modo che l’uomo sia, perché l’uomo non è cosa fatta. Un mondo già fatto sarebbe un mondo di cose; un uomo già fatto sarebbe una cosa fra le cose, sarebbe insomma una natura fra le altre».
E ancora: «Penso di essere più attaccato che distaccato. Ora, il distacco è al centro della vita cristiana, non ha senso se non in rapporto all’attaccamento. Non mi fiderei di un religioso che dicesse di essere distaccato, puramente e semplicemente. Sarei portato a concludere che non è un uomo e, se non è un uomo, non vedo bene come potrebbe essere un amico di Dio».
«L’esperienza - prosegue Varillon - è l’essenziale, il punto di partenza di tutto. Ma (...) bisogna spiegare che cosa s’intende. L’esperienza, ciò che i moderni chiamano il vissuto, il vissuto della fede, comporta un aspetto razionale (...). Un vissuto che non ha riferimenti alla ragione è un vissuto animale. E la ragione, se non vuole essere alienante, deve partire dall’esperienza».
Sono esempi di un modo cristiano di usare la ragione. Integro, coraggioso, spalancato. Senza negare né trascurare nulla di ciò che l’uomo è, compresi i suoi limiti e persino i suoi peccati. La Pasqua, d’altronde, è l’attestazione che l’uomo può veramente fare l’uomo, qui e ora.