Vasco Brondi guida l’onda dei nuovi cantautori

Nel panorama musicale italiano Vasco Brondi è un Ufo. Per molti è un Carneade, anche se il suo nome d’arte, Le Luci della Centrale Elettrica, è ormai un vessillo della musica indipendente di qualità, quella ricca d’idee che non vuole ghettizzarsi in una nicchia ma che al tempo stesso non concede nemmeno un metro alle regole del business. Così Vasco Brondi, 26 anni, è diventato un piccolo fenomeno nell’asfittico panorama rock italiano. Dopo il successo di Canzoni da spiaggia deturpata - che s’è beccato il Premio Tenco 2008 come miglior opera prima - ha confezionato il nuovo album Per ora noi la chiameremo felicità ed è partito l’altro ieri per un tour teatrale. Suoni acustici e rumore, chitarre distorte e sottofondo d’archi per narrare storie che sputano in faccia la realtà parlando di immigrati, morti bianche, lavoro nero, centrali nucleari, pendolari e figli di industriali. «Le canzoni parlano anche di crisi fosforescenti, di tramonti tra antenne, di errori di fabbricazione, dei tuoi miracoli economici, di amori e di respingerti in mare, insomma delle solite cose», si schermisce Vasco.
Ma ascoltandole ti accorgi subito che non è così. Quella inquietante cortina di suoni e quelle parole pensate e sofferte sono il marchio di fabbrica di un autore di culto che sa raccontare i risvolti - anche i più spiacevoli - della vita quotidiana. «Parlo della realtà contro l’irrealtà dei media. La mia unica regola è quella che mi ha insegnato un grande fumettista come Andrea Pazienza: “viscere sul tavolo”. Così non scrivo brani politici né ho bandiere da sventolare». Certo dice cose scomode («L’Italia è una repubblica democratica fondata sui telespettatori») e spesso lo fa con tono ora caustico, ora angosciato, ora disperato (cosa non da poco nel qualunquismo imperante della sua generazione) che hanno trovato terreno fertile in un pubblico giovanile trasversale. Anche il suo concetto di felicità è molto particolare. «Il titolo dell’album nasce da una frase di Leo Ferrè, “La disperazione è una forma superiore di critica, per ora noi la chiameremo felicità”». È un po’ il Giovanni Lindo Ferretti del nuovo millennio, (ricordate CCCP e Csi?) per la vena iconoclasta, lo spirito di ricerca (e poi Ferretti nel ’96 in Linea gotica scrisse «La disperazione impone doveri e l’infelicità può essere preziosa») che ricorda i toni di Brondi. Ma lui è disperato o felice? «Sono due facce della stessa medaglia che voglio vivere con intensità», risponde laconico. Certo è un antidivo: «Uso un nome collettivo per chiamarmi fuori. Odio il divismo; non vorrei diventare una autobiografia ambulante». Antidivo, certo, ma non artista col paraocchi, e se è il caso sa anche bacchettare la scena indipendente: «Non mi piace il muro contro muro fra musica di intrattenimento e rock indipendente, ci vorrebbe una via di mezzo che manca in Italia. I rocker indipendenti spesso si chiudono a riccio senza confrontarsi con la realtà e questo non è costruttivo». Non odia la musica commerciale(«Ognuno è libero di esrpimersi come vuole. Io mi batto per alzare il livello della cultura popolare, cosa che sono riusciti a fare in pochi, da De Gregori ai Baustelle al neorealismo nel cinema»). Ora ci prova Brondi (e lo aiutano nell’impresa artisti di culto come Stefano Pilia dei Massimo Volume, Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours, Giorgio Canali (Csi e Pgr). «Ho creato il suono di un’orchestra sui generis sotto alla mia chitarra distorta. Mi sono ispirato a Leonard Cohen con quella voce scura che domina i suoni in sottofondo». E i talent? «Sono intrattenimento. Io faccio duecento concerti l’anno e così sono arrivato a vendere mille copie al mese del primo cd. Il mio è un rock porta a porta».
Ecco perché Brondi è un Ufo, perché vive profondamente la realtà ma anche un mondo tutto suo. È un pazzo? «Dentro di me c’è un cortocircuito: ovvero le mie radici sono una fusione a freddo di cantautori italiani e punk. Ricordo il momento fulminante in cui ascoltai il lirismo di De Gregori per la prima volta e pensai di unire quella vena all’urgenza aggressiva del punk».