Vasco e Zucchero, la carica degli italiani in America

«Zu & Co.» è nella classifica Usa. Il Blasco si prepara a pubblicare là il suo cd, Carmen Consoli lo farà nel 2006

Paolo Giordano

Dai, uno mica può minimizzare, mettersi a far così con la mano per dire vabbé, spiegare che gli Slim Thug (chi?) sono molto più su o che le classifiche comunque è tutta roba finta. Al posto numero ottantacinque (85) della classifica di Billboard - la rivista che per ogni musicista è come una laurea honoris causa - c’è l’album Zu & Co di Zucchero, che l’etichetta Concorde Records ha stampato lì negli Stati Uniti vendendone già 200mila copie. Tanto per intenderci, in Italia con quella cifra si starebbe nella top ten per settimane e, se gira bene, con un decimo si può tranquillamente esordire al numero uno, con opportuni salamelecchi e congrue iniezioni al cachet.
Perciò, come si diceva una volta nei salotti, bisogna contestualizzare: al numero quattro delle charts (gli americani le chiamano così, si pronuncia ciarz e suona pure bene) ci sono i Coldplay con i loro bei due milioni di copie, al ventuno 50 Cent con le sue quattro, al ventitré i Green Day con tre milioncini, quindi qui non è una questione di numeri e nemmeno di posti, ma decoubertianamente l’importante è partecipare, specialmente se si viene da lontano e non c’è David Letterman che pesta i piedi per averti in studio dopo Tom Cruise e prima di Shaquille O’ Neal.
Zucchero, che ieri ha detto «sto raccogliendo quello che ho seminato in tutti questi anni andando in tournée negli States», è uno che non si tira indietro: «Ho imparato a fare i conti anche con gli attacchi di panico da palcoscenico», che è sudato fradicio di concerti e gavetta e quindi è lui, oggi, mentre Ramazzotti Pausini Bocelli sono in vacanza, a guidare lo sbarco dei paisà negli States, a fare i conti a nome nostro con fatturapper da milioni di dollari, con caterpillar come Mariah Carey o R. Kelly che li ascolti nei megastore e in ascensore e nelle radio dal Wisconsin all’Ohio. Buoni o cattivi di Vasco Rossi sarà pubblicato tra poco dalla Emi Latin e, come si dice nel suo entourage, «sono stati quelli dell’etichetta a insistere» e Carmen Consoli, che ha appena suonato tre concerti tornandosene entusiasta, spedirà anche lì nel 2006 il suo nuovo album.
E non sono soltanto decisioni vezzose, di quelle da parlarne con gli amici e dirsi ma guarda quanto sono bravo, ma scelte strategiche di una discografia che ha saccheggiato il pop latino e che ora si accorge che forse in America è proprio tramontata l’epoca di chitarra e mandolino e c’è spazio anche per chi ha personalità, comunque sia. D’altronde se la catena Starbucks ha deciso di distribuire nei suoi coffee shop sparsi negli States anche il ciddì di Zucchero allora vuol dire che, come si dice, il momento è quello giusto. Con gli ultimi dischi di Coldplay e Norah Jones, la caffetteria più popolare d’America ha provato a mettere la musica di fianco alla tazzina (tazzona)in centinaia di punti vendita. Il risultato è che, per spiegarci, 775mila dei tre milioni di copie vendute dell’ultimo ciddì di Ray Charles sono uscite proprio da lì. Anche per questo il Wall Street Journal Europe ha messo in prima pagina un pezzo sull’argomento e per chiarire bene l’idea ha parlato di quello che ha in mente Zucchero. «Anche se sto scrivendo le canzoni del nuovo disco - ha detto lui ieri - mi vogliono per la promozione e quindi trascorrerò a New York la fine di agosto e una parte di settembre e ci andrò pure con molto entusiasmo». E si capisce.