Vasilij Sokolov & C.

Il governo bolscevico nel 1922 prese spunto da una carestia che si era verificata nella regione del Volga (conseguenza della guerra civile, ed era solo la prima di una lunga serie) per confiscare tutti gli arredi sacri nelle chiese. Vennero arrestati il metropolita Veniamin Kazanskij e il prete moscovita Vasilij Sokolov. Quest’ultimo, in una predica, aveva detto che la situazione era simile a quella degli ebrei durante la cattività babilonese e che la confisca dei sacri vasi era un furto bello e buono. Sempre a Mosca, i preti Aleksandr Zaozerskij e Christofor Nadeždin furono accusati dal nuovo regime di aver divulgato il messaggio con cui il patriarca Tichon acconsentiva, sì, a cedere i beni ecclesiastici per far fronte alla carestia nel Volga, ma non i vasi sacri. Ma i bolscevichi volevano soprattutto quelli, perché il loro scopo era, in realtà, la cancellazione del cristianesimo. Finì in carcere anche il monaco Makarij Telegin perché aveva dato “di ladri” a quelli della commissione confiscatoria. Il macellaio moscovita Sergej Tichomirov, insieme ad altri fedeli, aveva ingaggiato una vera e propria colluttazione con le guardie che stavano spogliando la chiesa della sua parrocchia. Tutti costoro finirono processati e, naturalmente, condannati a morte. In effetti, i regimi totalitari, dal giacobinismo “illuminista” in poi, hanno una concezione talmente semplificata del codice penale da mandare disoccupati i giudici, gli avvocati e i docenti di materie giuridiche. Tutto si risolve con un colpo alla nuca, e il presente diventa un mattatoio in nome del futuro.