Il vaso di Pandora delle Coop

Sandro Bondi *

L’annunciata querela del presidente delle cooperative Poletti contro Silvio Berlusconi per le sue dichiarazioni sulle collusioni fra alcune Coop e la camorra, oltre a suonare come un mediocre tentativo di salvare la faccia, potrebbe rivelarsi un boomerang. Sempre che la magistratura abbia voglia di riaprire fascicoli archiviati troppo in fretta o non sufficientemente approfonditi. Anche perché ciò che ha detto il presidente del Consiglio rappresenta solo la punta di un iceberg.
Il tema della gestione di affari e politica nelle regioni Rosse è fra i meno dibattuti nel nostro Paese, e probabilmente in molti si stanno chiedendo di che si tratta esattamente. Per spiegarlo, ci viene in soccorso un interessante volume di Ivan Cicconi edito nel 1998, La Storia del futuro di Tangentopoli. Cicconi è un ingegnere, vive a Bologna, è autore di saggi e ricerche sul settore delle costruzioni e sul tema degli appalti. È stato professore a contratto nelle facoltà di architettura delle Università la Sapienza di Roma e del Politecnico di Torino. È stato a capo della segreteria tecnica dell’ex ministro dei Lavori pubblici Nerio Nesi (che adesso milita nello Sdi dopo aver aderito ai Comunisti Italiani di Cossutta e Diliberto) durante la XIII legislatura: insomma, non si tratta di un fan di Silvio Berlusconi, né di un «becero rappresentante della destra». Difficile screditarlo con la solita strategia del dileggio e della denigrazione. Ebbene, cosa scrive Ivan Cicconi? In questa sede ci limitiamo a citare alcuni passi del volume, senza commenti. Non ci pare che ve ne sia il bisogno.
«Tangentopoli era un sistema, come tale aveva caratteri e meccanismi propri che consentivano la celebrazione di alcuni riti tangentizi, tre soprattutto: il Rito Ambrosiano e il Rito Emiliano. Nell’era di Mani Pulite si è colpito solo il Rito Ambrosiano»; «La caratteristica del Rito Emiliano è data dal fatto che i soggetti imprenditoriali che ne sono protagonisti vedono al proprio interno un ruolo determinante di componenti partitiche. È il caso soprattutto delle imprese cooperative che lavorano nel settore delle costruzioni e in particolare negli appalti pubblici...»; «Quando dentro il sistema delle imprese operano e vivono i partiti, non vi è più l’esigenza di trasferire soldi fuori da queste. Quando poi i partiti degradano, la politica diventa consociazione e spartizione degli incarichi; allora, dentro la cooperativa la componente di partito diventa semplicemente una lobby che difende solo i propri interessi. Quando a questo degrado della politica si aggiunge il degrado delle finalità di impresa cooperativa e questa abbandona i suoi caratteri e le sue finalità sociali, allora la Cooperativa diventa una straordinaria macchina tangentizia assolutamente legale, per la quale il partito deve solo garantire l’appalto pilotando le gare che gestisce tramite l'amministratore pubblico»; «Due punti fondamentali del Rito Emiliano erano la convinzione di difendere e garantire qualcosa di più grande di un semplice affare: la vita, il lavoro, l’occupazione nella cooperativa, la vita e il rafforzamento del Partito dei Lavoratori. L’altro, era la gestione della transazione corrotta priva di un interesse personale. Ma c’era anche un terzo elemento e cioè la convinzione, nella cultura dell’ex Pci, che questo comportamento fosse quello più consono e più rispettato. Anche da questi elementi nascono (...) i frequenti rapporti delle Cooperative con le imprese più colluse con la mafia, la pratica dell’affare fra i dirigenti delle cooperative e i Cavalieri di Catania. Ricordo, all’inizio degli Anni ’80, il modo quasi ammirato (...) con il quale alcuni amici della cooperazione mi riferivano dei loro incontri con i Cavalieri... E nemmeno le clamorose vicende giudiziarie che coinvolsero i Cavalieri scalfirono i rapporti... Nel 1984 Carlo Palermo firmò quattro ordini di arresto che portarono in carcere i quattro Cavalieri: ma nemmeno questo clamoroso arresto indusse i dirigenti delle Cooperative a un qualche elemento critico di riflessione, anzi, fino allo scoppio di Tangentopoli i rapporti con i Cavalieri in Emilia Romagna furono rafforzati»; «Nel 1992, dopo l’assassinio di Falcone, durante una manifestazione Rifondazione Comunista distribuì un volantino che recitava: “Fatti, non parole. A Bologna chiediamo che le cooperative interrompano immediatamente i numerosi rapporti societari e di affari con le imprese colluse con la mafia e con la camorra... Bologna non deve tollerare affari e rapporti più che sospetti”».
Sarebbe interessante conoscere il pensiero del dottor Poletti al riguardo. Magari per allungare la lista dei meritevoli di querela. Magari per querelare in blocco tutta Rifondazione Comunista. Per ora ci fermiamo qui, anche se ci sarebbero ancora molte cose da dire. Per esempio sulla liquidazione coatta amministrativa, procedura “particolare” attraverso la quale sono state chiuse alcune grandi cooperative. Per esempio la Edilcoop di Crevalcore, una fra le maggiori imprese edilizie degli anni ’80 e ’90, sul cui improvviso “fallimento” dopo anni di bilanci in netto attivo sarebbe davvero interessante saperne di più. Forse è venuto finalmente il tempo di scoperchiare questo vaso di Pandora, e di rompere il silenzio su uno degli aspetti più controversi e taciuti della società italiana.
* coordinatore nazionale Forza Italia