Il Vaticano chiama i fisici per capire il Supermondo

È la prima volta che la fisica subnucleare entra nel cuore della Pontificia Accademia delle Scienze con un simposio (oggi, domani e martedì) cui partecipano cinquanta illustri fisici di tutto il mondo. Il merito va al nuovo Presidente dell’Accademia, lo svizzero Werner Arber, padre dell’ingegneria genetica e Nobel, e del Cancelliere monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, teologo e grande sostenitore della scienza galileana. Di questa scienza la fisica subnucleare è la vera frontiera. In essa sono impegnati migliaia di fisici e tecnici con strutture gigantesche confrontabili con quelle necessarie per andare sulla Luna e, un giorno, su Marte.
Sua Santità Benedetto XVI insiste nel richiamare l’attenzione sul fatto che siamo l’unica forma di materia vivente dotata di Ragione. È quindi di grande attualità legare le conquiste delle frontiere scientifiche alla cultura del nostro tempo. E infatti se questa cultura fosse al passo con le grandi conquiste della scienza non esisterebbero le 63 «emergenze planetarie».
Il seminario che si volge in Vaticano è il frutto della nuova alleanza tra scienza e la cultura detta «moderna» ma, di fatto, pre-Aristotelica. Se oggi la scienza - grazie alla fisica subnucleare - è arrivata alla soglia del Supermondo, lo dobbiamo a quell’atto di umiltà intellettuale, maturato nel cuore della cultura cattolica con Galileo Galilei, che Giovanni Paolo II, il 30 marzo 1979, in Vaticano, definì figlio legittimo e prediletto della Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II riportò a casa i tesori della scienza galileiana e Benedetto XVI di questi tesori è oggi il massimo custode.
Oggi uno dei massimi studiosi di «teoria delle stringhe», John Schwarz, darà le ultime notizie su questa ricerca teorica nella quale sono impegnati centinaia di fisici che hanno dato l’addio al concetto euclideo di «punto» mettendo al suo posto una «cordicella» e anche una «membrana». Le conseguenze sono enormi, rispetto a ciò che le teorie dette «puntiformi» erano riuscite a fare. Seguirà il numero uno del più grande laboratorio di fisica subnucleare negli Usa - il «Fermi Lab» - Pier Maria Oddone, di origine italiana, che parlerà di scoperte e invenzioni nel suo laboratorio. Sarà poi la volta di Robert Aymar che ha portato il CERN ad avere la più potente macchina di fisica subnucleare oggi in funzione (LHC). Parlerà di come si è arrivati a questo traguardo. Un fisico francese che adesso vive in Vietnam, Pierre Dariullat, parlerà dei risultati ottenuti con la prima macchina a protoni realizzata al mondo quando era direttore del CERN il grande Victor Weisskopf. Questa parte riguarda la componente «past» del seminario. Componente che risale alla famosa battuta di Enrico Fermi: «Senza memoria non potrebbe esistere la scienza né la civiltà». Essa ci porta all’attualità culturale. Se la cultura «moderna» avesse un po’ di logica scientifica nessuno potrebbe dire un giorno qualcosa e dopo il contrario. In scienza possono cambiare i dettagli, non i principi fondamentali. L’esempio più famoso è Einstein che morì senza mai cambiare le sue idee sulla meccanica quantistica. E coniò la frase: «Dio non gioca a dadi». Il rigore logico della meccanica quantistica - grazie a John Bell - portò alla famosa disuguaglianza che porta il suo nome. La disuguaglianza di Bell dice che quanto abbiamo capito finora è lungi dall’essere il traguardo.
Ecco perché oggi si tratteranno anche due argomenti scottanti: buchi neri e temperatura. Gli spaghetti non potrebbero cuocere se l’acqua non potesse essere scaldata alla temperatura di cento gradi. Diamo per scontato che debba esistere quella cosa cui diamo il nome di «temperatura»; le conseguenze sono affascinanti e hanno portato alla scoperta di proprietà che arrivano addirittura al fatto che il «continuo» è pura illusione ottica: tutto è fatto di pezzettini detti «quanti»: ne parlerà Costantino Tsallis, uno dei massimi esperti di meccanica quantistica non-lineare. C’è poi Raphael Bousso, scopritore di una proprietà formidabile dei buchi neri che non distruggerebbero le informazioni ma le terrebbero tutte sui loro orizzonti, il che vuol dire in superficie. I buchi neri sono quelle cose talmente dense che nemmeno un raggio di luce può venir fuori. Per ottenere un buco nero bisognerebbe riuscire a concentrare un chilometro cubo d’acqua in una pallina avente il raggio di un Fermi: un decimo di millesimo di miliardesimo di centimetro.
Non sto parlando di fantascienza ma di realtà galileanamente misurabili. Chi scrive studia com’è fatta la realtà in zone centomila volte più piccole. Sono cose di cui noi siamo fatti. Se peso 60 chili, ben 30 sono dovuti ai protoni del mio corpo. Se un protone avesse le dimensioni di un centimetro un uomo sarebbe grande come il sistema Terra-Sole. Nessuno però riuscirà mai a concentrare in un protone un chilometro cubo d’acqua. Niente paura quindi dei buchi neri... Ma c’è di più. Essi potrebbero addirittura essere i «semi» delle galassie. Secondo una recente teoria, ai tempi del Big-Bang sono stati prodotti buchi neri che hanno agito da semi delle galassie. E senza questi semi non potremmo essere qui a discuterne.