Vaticano contro Cina: minaccia di scomunica per i vescovi «illegali»

Il portavoce Navarro Valls: «Il Papa deluso, è una grave violazione della libertà religiosa». Pechino: «Critiche immotivate»

Andrea Tornielli

da Roma

Le ordinazioni di due nuovi vescovi cinesi avvenute per decisione dell’Associazione della Chiesa patriottica su pressione del governo di Pechino rappresentano «una grave violazione della libertà religiosa», che ha provocato «profondo dispiacere» al Papa e una «grave ferita all’unità della Chiesa». È dura la dichiarazione che ieri il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, ha rilasciato in merito alle consacrazioni episcopali dei sacerdoti Giuseppe Ma Yinglin e Giuseppe Liu Xinhong, avvenute il 30 aprile e il 2 maggio senza il mandato pontificio.
Benedetto XVI, ha detto il portavoce vaticano, «ha appreso le notizie con profondo dispiacere, poiché un atto così rilevante per la vita della Chiesa è stato compiuto senza rispettare le esigenze della comunione con il Papa». E questo accenno al dolore personale del Pontefice è una novità rispetto all'ultimo comunicato vaticano sulle ordinazioni illecite cinesi del giugno 2000. Navarro ha quindi definito «una grave ferita all’unità della Chiesa» le ordinazioni e ha ricordato che per questi casi «sono previste severe sanzioni canoniche», citate nel canone 1382, vale a dire la scomunica «latae sententiae», che scatta automaticamente.
Ma la situazione cinese è difficile e Navarro dichiara che gli stessi protagonisti delle ordinazioni hanno subito indebite pressioni e sono stati forzati a comportarsi così. «Secondo le informazioni ricevute, vescovi e sacerdoti sono stati sottoposti – da parte di organismi esterni alla Chiesa – a forti pressioni e a minacce, affinché prendessero parte a ordinazioni episcopali che, essendo prive del mandato pontificio, sono illegittime e contrarie alla loro coscienza. Vari presuli hanno opposto un rifiuto a simili pressioni, mentre alcuni non hanno potuto fare altro che subirle con grande sofferenza interiore». Almeno nella prima ordinazione tutti i vescovi consacranti erano, tra l’altro, pastori riconosciuti da Roma e dunque questo passaggio della dichiarazione lascia aperta la possibilità che i protagonisti, nel caso siano stati costretti a subire la cerimonia, possano non essere incorsi nella scomunica.
«Si è di fronte – ha continuato Navarro – a una grave violazione della libertà religiosa». «La Santa Sede – ha aggiunto – segue con attenzione il travagliato cammino della Chiesa cattolica in Cina e, pur consapevole di alcune peculiarità di tale cammino, pensava e sperava che simili episodi deplorevoli appartenessero ormai al passato». In effetti negli ultimi anni era stato trovato un tacito accordo tra Roma e Pechino per alcune nomine episcopali. La sfida al Vaticano portata ora dal governo cinese e dall’Associazione della Chiesa patriottica potrebbe essere la «risposta» alla nomina cardinalizia dell’arcivescovo di Hong Kong, Joseph Zen.
Il portavoce accenna poi alla possibilità che avvengano nuove consacrazioni e ricorda «la necessità del rispetto della libertà della Chiesa e dell’autonomia delle sue istituzioni da qualsiasi ingerenza esterna», augurandosi «vivamente che non vengano ripetuti tali inaccettabili atti di violenta e inammissibile costrizione». Infine, ribadisce la disponibilità del Vaticano «a un dialogo onesto e costruttivo», avvertendo però che iniziative come quelle degli ultimi giorni «non soltanto non favoriscono tale dialogo, ma creano anzi nuovi ostacoli contro di esso».
La reazione di Pechino non si è fatta attendere: il ministero degli Esteri cinese ha difeso la decisione della Chiesa patriottica affermando che le nomine dei due vescovi «rispecchiano pienamente l’opinione della maggioranza dei fedeli» e che quindi, «la condanna del Papa non ha senso». «Il nostro atteggiamento verso il miglioramento delle relazioni tra Cina e Vaticano – conclude la nota governativa – è sincero e abbiamo fatto degli sforzi attivi».