Vaticano e lefebvriani già ai ferri corti

Scuse rispedite al mittente. La mossa del vescovo lefebvriano Richard Williamson - che giovedì in un messaggio diffuso dall’agenzia Zenit.org ha chiesto «perdono» al Papa e «ai parenti delle vittime che hanno subito ingiustizie durante il Terzo Reich» - non fa presa sul Vaticano. La lettera diffusa dal prelato, noto per le sue tesi negazioniste, «non è indirizzata né al Santo Padre né alla Commissione Ecclesia Dei» - ha riferito il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi - e «non sembra rispettare le condizioni stabilite dalla segreteria di Stato».
L’ambiguità del messaggio del vescovo, che ha tentato la riconciliazione senza tuttavia mai pronunciare la parola «Olocausto», «Shoah» o «ebrei», sembra insomma essere stata smascherata. E lo scetticismo che serpeggiava negli ambienti vaticani poco dopo la notizia della diffusione della nota ha trovato conferma nelle parole pronunciate ieri da padre Lombardi. La Santa Sede reputa insomma insufficiente la richiesta di perdono del vescovo rispetto alle condizioni poste dalla Segreteria di Stato, che il 4 febbraio aveva domandato a Williamson «di prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah». Lo stesso Lombardi ha aggiunto di ritenere «generica ed equivoca» la nota che pretendeva di mettere fine alle tensioni delle ultime settimane.
A distanza di quattro mesi dall’intervista in cui il vescovo inglese negava l’esistenza delle camere a gas, invece che placarsi le polemiche attorno a Williamson finiscono per acuirsi. A mettere altra carne al fuoco, dando la sensazione che i rapporti con la Santa Sede stiano precipitando, contribuiscono ora le dichiarazioni inequivocabili dei lefebvriani che, per bocca di monsignor Fellay, superiore della Fraternità ultratradizionalista, si sono detti «non pronti a riconoscere il Concilio Vaticano II», dichiarando anzi che ha prodotto solo «perdite». Le dichiarazioni rilasciate al quotidiano svizzero Le Courier potrebbero compromettere definitivamente i rapporti con la Santa Sede, che ha reagito col silenzio assoluto all’intervista di Fellay, anche perché l’accettazione del Concilio Vaticano II è il nodo cruciale dei negoziati che dovrebbero portare alla riconciliazione tra ultratradizionalisti e Roma o, al contrario, sancire il fallimento della trattativa aperta con la revoca della scomunica.
Intanto - mentre anche il rabbino David Rosen, presidente del Comitato ebraico internazionale per le consultazioni interreligiose, definisce «non sufficienti» le parole di Williamson, parla di scuse «non vere» ma conferma l’incontro del prossimo 12 marzo con la Santa Sede - anche l’Unione europea entra nella querelle. Il commissario europeo alla Giustizia, libertà e sicurezza, Jacques Barrot, ha avvertito il vescovo britannico «che nella maggior parte degli Stati membri il negazionismo può essere perseguito a norma di legge» e che «le giustizie nazionali sono competenti» per condannarlo. Barrot si è rammaricato che la decisione quadro sulla xenofobia e il razzismo del novembre 2008 non sia stata ancora recepita e dunque non sia ancora applicabile in alcuni Stati (il tempo concesso sono i due anni), ma ha ricordato che se certe affermazioni venissero fatte in Francia, Williamson sarebbe punito.
E la riprova che il lefebvriano possa finire nei guai per le frasi scioccanti pronunciate arriva da un altro intervento, quello del ministro tedesco Brigitte Zypries. Il responsabile della Giustizia ha detto che il suo Paese potrebbe emanare un mandato di arresto contro il vescovo, che ha espresso le sue convinzioni negazioniste pubblicamente e sul suolo tedesco, durante l’intervista alla televisione svedese, registrata in Germania.