Tra Vaticano e Onu nuove tensioni sull’aborto

Favorevole a «proteggere le persone con disabilità da tutte le discriminazioni riguardo all’esercizio dei propri diritti» ma assolutamente contrario alla «tragica» opzione che consente «che un’imperfezione del feto possa essere una condizione per praticare l’aborto». Così il Vaticano ha spiegato ieri la ragione per cui non intende firmare la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, entrata in vigore l’8 maggio scorso. La Santa Sede aveva già annunciato il proprio rifiuto otto mesi fa, tanto che il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha precisato che nella mancata ratifica «non c’è assolutamente nulla di nuovo».
Il nodo della questione, che ha scatenato nuove polemiche dopo il «no» alla depenalizzazione dell’omosessualità confermato dalla Santa Sede, è negli articoli 23 e 25 della Convenzione, che così come è formulato oggi consentirebbe di praticare un’interruzione di gravidanza ai danni di feti che manifestano imperfezioni e probabili future disabilità.
La Santa Sede ha voluto mettere in evidenza le contraddizioni di quel testo: «È tragico - aveva detto monsignor Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu - che in una situazione in cui un’imperfezione del feto può essere una condizione per praticare un aborto, la stessa Convenzione creata per proteggere le persone con disabilità da tutte le discriminazioni riguardo all’esercizio dei loro diritti possa essere usata per negare il basilare diritto alla vita delle persone disabili non ancora nate».
Negli articoli 23 e 25 si riconoscono i diritti dei disabili alla pianificazione familiare, alla «educazione riproduttiva» e ai «mezzi necessari per esercitare questi diritti»; nel secondo si garantisce l’accesso dei disabili a tutti i servizi sanitari, «inclusi quelli nell’area della salute sessuale e riproduttiva», che in molti Paesi significa poter accedere alle strutture che praticano l’aborto.