Vaticano, prete col cartellino e santità a ore

Immaginatevi i discepoli che chiedono gli straordinari per aver tenuto compagnia a Gesù nel Getsemani, l’indennità di trasferta per il viaggio a Emmaus e il rimborso spese per l’ultima cena. Conosciamo il vecchio detto secondo il quale si può scherzare con i fanti a patto di lasciar stare i santi, però ci viene difficile non cedere all’ironia nell’apprendere che anche ai preti e alle suore in Vaticano è richiesto di timbrare il cartellino, e che dal primo gennaio - come spiega con precisione Andrea Tornielli qui a fianco - saranno introdotte per tutti i dipendenti - e quindi anche per gli ecclesiastici - schede di valutazione dalle quali dipenderanno la futura carriera, gli aumenti di stipendio e le promozioni.

È l’effetto-Brunetta che si estende a macchia d’olio, e da una parte ne siamo anche contenti, ma se c’è una «categoria» che pensavamo non avesse bisogno di norme anti-fannulloni, di badge, di controlli sulla produttività e di applicazione della meritocrazia, beh, questa è proprio quella dei religiosi, di chi sceglie di dedicare tutto se stesso a una fede, anzi a un Padrone con la maiuscola. Sappiamo bene che il cristianesimo è, per eccellenza, la religione dell’Incarnazione, e che al suo interno è quindi tutto, in qualche modo «incarnato», reso umano; tutto vive insomma in una dimensione che dei limiti e delle esigenze umane è costretta a tenere conto.

Non ci scandalizza l’idea che la Chiesa gestisca denaro, possieda banche e assicurazioni, inquadri dipendenti nel rispetto di norme sindacali e contributive. Una «struttura» è certamente inevitabile per poter annunciare il Vangelo: in una prospettiva cattolica, il Vaticano e la sua burocrazia sono indispensabili quanto la mistica e la carità. Però il prete che timbra il cartellino suona male. Che serve il cartellino a chi dovrebbe essere - per amore - in servizio perpetuo? Siamo uomini di mondo e del mondo conosciamo le necessità, ma se c’è una cosa che della Chiesa affascina anche i non credenti è o dovrebbe essere la sua diversità dal mondo, la sua alterità, il suo essere nel mondo ma non del mondo. Sarà anche una semplificazione demagogica, ma non riusciamo a immaginare un don Bosco che non ascolta più i suoi ragazzi del Valdocco perché è nel giorno di riposo; o un santo curato d’Ars che chiude il confessionale perché è suonata la campanella; o un padre Pio che non prega dopo cena perché non gli viene corrisposto il supplemento notturno; o un don Gnocchi che respinge i mutilatini perché l’assistenza ai malati non è contemplata dal mansionario.

La Chiesa ha le sue necessità formali e burocratiche, ma forse alla burocrazia si è ormai dato troppo spazio. Quanti preti sono sottratti alle parrocchie e agli oratori per ingolfare uffici di curia dove si producono tonnellate di documenti che non legge nessuno e che soprattutto non convertono nessuno? Iddio (o l’economo del Vaticano) ci perdoni, ma il prete con il cartellino e gli scatti di anzianità non ci scalda il cuore, e ci fa pure venire il dubbio che Nostro Signore, il quale ebbe l’ardire di risorgere la notte fra sabato e domenica, oggi si beccherebbe una denuncia per comportamento antisindacale.