Vattimo: «La sinistra è una porcata»

Il filosofo, ex europarlamentare ds, festeggia 70 anni con il libro confessione «Non essere Dio»

Gianluigi Nuzzi

Sarà il disincanto del disincanto, il rifiuto di qualsiasi salotto, saranno le settanta candeline ma nell’autobiografia appena uscita Gianni Vattimo scavalca persino se stesso. E lui perfido, icona scomoda, eretico tra eretici, ora oggi e domani libero, sbeffeggia quella sinistra giacobina e snob, emulata dai più e partecipata da pochi. Lo fa senza misure. E sorprende non che lo faccia, e chiaramente, ma che inserisca il fallimento teocratico dei politici gauchisti in quello assoluto della vita voluta e mancata. (Non Essere Dio, Aliberti Editore, pagg. 210, euro 15).
La deriva e la dilatazione di un sistema politico travolge e offende Vattimo. Così l’ironia, il rasoio delle idee senza casella, diventano la misura unica di una difesa, strumento più efficace di reazione a chi per una vita si è sentito sempre come incluso tra gli esclusi. Non è rivalsa ma delusione. «Della mia esperienza politica come parlamentare europeo - scrive ripercorrendo i cinque anni dal 1999 al 2004 nei Ds all’Ue - rimangono poche cose da ricordare, il pranzo in cui Gad Lerner e Luciano Segre mi propongono la candidatura, le acrobazie un po’ ipocrite di Romano Prodi, la lettera a Piero Fassino cui non si degna di rispondere nemmeno con una pernacchia, le scorrettezze degli scagnozzi di Marco Rizzo».
Scagnozzi, scorrettezze, colpi bassi insomma quelli che indica Vattimo: «Mi sembrano fatti, non fantasie di un vecchio brontolone, che la sinistra oggi sia una porcata, da D’Alema a Rutelli passando per Bertinotti». Una porcata, una zozzeria, una polis dai muri imbrattati e strade di detriti, spazzatura, porcate che d’istinto magari soffrendo il filosofo piega a scandalo, paragona in gravità nientemeno che al sequestro di Abu Omar imputato alla Cia. Perché è un tradimento di idee contrabbandate svendute nell’ipermercato degli interessi propri, con royalties sulle concezioni progressiste reclamate e millantate. «C’è una specie di conventio ad escludendum da parte di quelli che vengono dal partito comunista e ancor più da quelli che poi l’hanno abbandonato, vedi Giuliano Ferrara. Sono convinto che Massimo D’Alema sia più amico di Giuliano Ferrara che mio, anche se io sono stato cinque anni parlamentare europeo eletto nelle liste dei Ds: partito di D’Alema, non di Berlusconi. Ah, questa suscettibilità insopportabile della sinistra, questi personaggi che, più smettono di farlo, più si sentono titolari del discorso progressista». Mentre lui ormai è nell’emisfero alto dell’utopia: «Di sicuro, mi sento libero come mai prima. Libero di dire tutto ciò che penso. Questo sì. Ed è una delle tante cose che non mi vengono perdonate. Né dai nemici né dagli amici. Posso dire che D'Alema è da rottamare o raccontare a Vanity Fair che mi sono innamorato di un cubista ventenne».
L’esperienza nei Ds è quindi una delusione cocente.
Già era partito per il Parlamento europeo con i peggiori presagi, visto che il deputato all’Ue è «uno che non conta nulla politicamente ma può fare una bella esperienza umana e godere di un buonissimo stipendio. A Bruxelles dicevo sempre: “Datemi un Rapporto sia pure protetto”. Perché non potendo decidere nulla, al Parlamento europeo il destino di un deputato è poter legare il proprio nome a un Rapporto su qualche tema... Ho fatto arrabbiare tutte le parlamentari europee di sinistra difendendo la prostituzione, sostenendo che per chi la sceglieva era un mestiere come un altro, anzi alcune prostitute tentavano addirittura di sindacalizzarsi, e bisognava difenderle invece di lasciarle nelle mani della mafia... Se l’Europa fosse diventata un vero soggetto politico, uno Stato, pur federale, avremmo potuto dire di essere usciti dalla preistoria. Speravo che l’Italia, con le sue mille arretratezze - soprattutto in materia di diritti civili - sarebbe stata costretta a tirarsi su. Altra illusione. Ho lavorato come potuto, ho fatto tutte le mie campagne elettorali per bene, discorsi, scritti. Ma a quel punto i Ds non mi volevano più». Chissà perché.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it