Vecchi e scomodi: così gli stadi italiani restano sempre più vuoti

L'età media delle nostre strutture è di 67 anni. Il 47% dei biglietti rimane invenduto. In Inghilterra invece è sempre occupato il 90% dei posti a sedere. <strong><a href="/a.pic1?ID=289673">Maroni: &quot;Linea dura&quot;. San Siro vietato agli ultrà del Catania</a></strong>

Milano - E poi i club si lamentano se i tifosi, invece di andare allo sta
dio, preferiscono gustarsi le partite davanti alla tv nel salotto di casa o nella sala di un bar. A ricreare una curva virtuale ci vuole poco, basta la passione. Il paragone con i campionati di Inghilterra, Spagna, Germania e Francia è allucinante. E la ragione del gap non risiede tanto nella concorrenza della pay-tv, presente in ogni parte del mondo, quanto nella vetustà di impianti che non reggono il confronto neppure con il Colosseo dei tempi belli.

Gli stadi italiani sono fra i più vecchi (67 anni l’età media) e meno frequentati d’Europa con una capienza media di appena il 53% rispetto ai posti disponibili. Lo afferma uno studio della società di consulenza StageUp Sport & Leisure Business che farà da canovaccio a un convegno organizzato oggi a Parma in collaborazione con la locale Università degli Studi. Il dato, ricavato dai numeri della passata stagione, è impietoso. In questa particolare graduatoria, che fa da volano alle cosiddette entrate da stadio, la Premier League inglese occupa il primo posto con un tasso di riempimento degli impianti pari al 92%. Ai posti d’onore la Bundesliga tedesca (84%) e la Ligue 1 francese (80%). Poco lontana la Liga spagnola con la percentuale del 76%.

La nostra Serie A è praticamente fuori classifica perché offre strutture obsolete, scomode, prive di servizi. È un’impresa perfino fare pipì. È vero che gli impianti della Premier League hanno un’età media di 72 anni, superiore quindi a quella italiana, ma hanno beneficiato di importanti ristrutturazioni dal 1980 a oggi per non parlare delle nuove costruzioni: l’Emirates Stadium di Londra, il nuovo stadio dell’Arsenal, inaugurato nel 2006; il City of Manchester Stadium venuto alla luce nell’agosto del 2003 e l’Old Trafford, impianto di proprietà del Manchester United, ristrutturato nel 2005. A breve anche il Liverpool avrà una nuova prestigiosa casa.

Ma ciò che più colpisce è il differente tasso di riempimento: il cartello «sold out», «tutto esaurito», accompagna tutte le partite interne di Manchester Utd., Arsenal e Bayern Monaco. Oltre il 90% figurano Real Madrid e Lione, poco sotto Borussia e Olympique Marsiglia. In sofferenza il Barcellona con i suoi 100mila posti. Da noi solo la Juventus, che sta ristrutturando il Delle Alpi e al momento gioca all’Olimpico, vanta una capienza media sopra l’80%, per la precisione l’82,4%. Sopra i due/terzi figurano Napoli (71,4%), Milan (68,2%) e Fiorentina (66,5%). Più indietro l’Inter (61,7%). La Roma non riempie l’Olimpico neanche a metà, alla Lazio basterebbe il Flaminio. Crudeli i dati forniti dalla Lega sulle presenze, abbonati più paganti, nelle ultime sei stagioni: in A si è passati da 25.945 a 18.756 spettatori a partita con una perdita di oltre 6mila unità dal 2001/02 al 2007/08; in B la situazione è stagnante, attorno agli 8mila spettatori.

«I dati – commenta Giovanni Palazzi, presidente e ad di StageUp Sport & Leisure Business – sottolineano l’urgenza di avviare la costruzione di stadi polifunzionali che offrano servizi di vario tipo (dalla ristorazione allo shopping, dalle sale congresso ai centri welness, dal parcheggio alla sala dei trofei, ecc.) anche nei giorni in cui non si gioca a calcio. Al momento solo la Juventus, pur alle prese con un piccolo impianto, ha ottimizzato le risorse rispetto alle esigenze della tifoseria. Se vogliamo stroncare la violenza, dobbiamo andare al di là della repressione riposizionando il concetto di stadio: non più una gabbia per ultras, ma un teatro dedicato alle famiglie. Altrimenti ha ragione Cannavaro quando dice che non porterebbe mai suo figlio a vedere una partita del campionato italiano. Un pensiero di molti».

A sua volta Ernesto Paolillo, ad dell’Inter, ricorda con apprensione che la ricchezza dei grandi club inglesi, spagnoli e tedeschi non deriva solo dalle risorse televisive, ma dai ricavi da stadio: «Manchester Utd. e Arsenal incassano oltre 100 milioni di euro più di noi e del Milan: 135 a 30. Impossibile andare avanti così. Di qui la volontà di costruire un nuovo impianto che riporti le famiglie al calcio».