La vecchia abitudine di impallinare «i dissidenti»

Se un intellettuale, uno scrittore, militante «a sinistra», scrive un articolo su un giornale «di destra», deve giustificarsi? E se sì con chi: davanti ai suoi compagni, davanti allo specchio, di fronte a Dio? È una domandona che ci poniamo perché è scaturita da una discussione in Internet, nata dal sito Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com), dove si era cominciato a parlare e anche a sparlare dell’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci (Einaudi). Nazione Indiana, sito gestito pro bono da un gruppo di giovani scrittori e critici militanti à gauche, è anche un crogiolo di polemiche interne, a dimostrazione che i panni sporchi si lavano in casa, lasciando tuttavia una finestra grande come lo schermo di un computer, dalla quale chiunque sia collegato in Rete possa sbirciare, e magari dire la sua.
Insomma, è successo che Paolo Nori, scrittore di Parma molto prolifico e non certo simpatizzante di destra, ha parlato maluccio del libro di Ammaniti e di certe sue metafore troppo esotiche e ardite, ma lo ha fatto in un articolo pubblicato all’inizio di novembre sul quotidiano Libero. Apriti cielo. Di qui la domandona. A Nori è stato chiesto di «chiarire». Si è parlato di «sgomento» nel vedere il suo nome associato a Libero, altri hanno esclamato «poveri noi», un altro dichiara che «su Nori ci ho messo una bella croce», e così impallinando. Poche le voci a difesa dell’autore del recente Le cose non sono le cose per l’editore Derive Approdi, che è anche quello che pubblica in Italia i libri di Cesare Battisti. Ma suvvia, è possibile? Siamo di fronte a un tradimento?
L’abbiamo chiesto ad alcuni dei protagonisti di Nazione Indiana, per esempio a Raul Montanari che ne fu tra i fondatori, ma oggi ha preso le distanze. E spiega: «Questa discussione mi pare una sciocchezza. Io stesso ho scritto sul Giornale, di cui non condivido la linea editoriale, e partecipo a trasmissioni Rai come L’Italia sul 2, affidate alla Lega nord. Però, che c’entra? Sarebbe meglio lasciarli vuoti, quegli spazi? Poi Nazione Indiana è un circoletto, un consesso di critici da poltrona che vogliono dire la loro su tutto spesso senza averne competenza. Chiediamoci: chi e che cosa è uscito negli anni da Nazione Indiana? Roberto Saviano, ma non grazie a loro. Semmai sono fuoriusciti scrittori bravi come Tiziano Scarpa». Già, Scarpa. Anche lui era tra i fondatori, ma oggi non vuole averci più niente a che fare. Lo chiamiamo, è in Calabria. «Non so di questa polemica, preferisco non commentare», risponde laconico. Proviamo a insistere: è grave se uno scrittore di sinistra scrive un articolo per un giornale di destra? «Non ne ho idea, dovrei vedere i contenuti della discussione».
Insomma, pare che al vincitore dell’ultimo Premio Strega per la testa passino ben altri pensieri. E allora passiamo oltre anche noi e chiediamo l’opinione di Gianni Biondillo, uno dei responsabili del sito. Sulle prime aveva tentato di stemperare gli animi. Nori aveva già espresso le sue critiche ad Ammaniti un paio d’anni fa sul quotidiano il manifesto. Se oggi le ripete altrove, sostiene Biondillo, non sarà forse «perché Libero lo paga e il manifesto no?». In effetti, sostiene lo scrittore milanese, «un quotidiano che non paga è la dimostrazione che il lavoro intellettuale non è riconosciuto come un vero lavoro». E per quanto riguarda l’aspetto morale? «Credo che Paolo Nori non debba giustificarsi, chiarire o spiegare niente a nessuno fuorché a se stesso. Certo, preferirei che gli intellettuali facessero gli “ospiti ingrati”. È evidente invece che Libero ha ospitato il suo intervento perché funzionale alla propria linea editoriale».
La spiegazione non fa una piega. Ma quanti intellettuali oggi, in Italia e nel mondo, possono permettersi di rivestire il ruolo dell’ospite ingrato? Ecco pronta un’altra domandona.
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