La vecchia arte di inventarsi le parole nuove

Egregio dottor Granzotto, da due giorni sto impazzento per quel malandrino «eixostilogo». Ho consultato la Treccani, il Lessico, Il Dizionario Gemol e due grammatiche risalenti a qualche anno fa, quando ho lasciato gli studi per andare a combattere volontario (64). Le sarei grato se mi chiarisse la cosa.



Molli, caro Mazzieri, smetta di arrovellarsi e di consultare dizionari e grammatiche. Tanto non ne verrà a capo di nulla perché quell’eixostìlogo me lo sono inventato lì per lì. Si stava parlando - ricorda? - dei venti motivi per cui, secondo il settimanale Time, gli europei dovrebbero amare l’Europa. Un decalogo, ma un decalogo in venti punti. Purtroppo non esiste, per quanto ne so, una parola che lo indichi e allora, per far prima, me la sono fabbricata. Se decalogo viene dal greco «deka» che vuol dire «dieci» e da «logos» che vuol dire «parola», «discorso», la stessa faccenda in venti punti si formerà da «eixostos» che, sempre in greco, sta per «venti» e da «logos», che sappiamo già cosa significa. Risultato: eixostìlogo. Ora io non so se sia lecito fabbricarsi le parole, però so, come sanno tutti, che lo si è sempre fatto. Di neologismi («neo», cioè nuovo e «logos», qui proprio nel senso di «parola») son pieni i dizionari e non si creda che sia usanza recente, quella di fabbricarsi in proprio le parole. Fu Dante a cominciare a farlo: «L’imago al cerchio e come vi s’indova», «Più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla» dove nel primo caso quel «s’indova» è un neologismo a partire da un avverbio usato come sostantivo, nel secondo, «s’inmillia», coniato a partire da un numero (Dante si inventò anche «s’incinqua»). Il Rigutini, linguista assai rispettabile e autore, con il Fanfani (non il Fanfani Fanfani, un altro) di un apprezzato dizionario, ne destinò uno esclusivamente ai neologismi «Buoni e cattivi», comunque sempre «barbarismi» e non di rado «sconci barbarismi». Ai primi del Novecento Alfredo Panzini diede alle stampe un suo «Dizionario moderno» laddove, con serafica ironia, mise alla berlina vocaboli e modi di dire di fresco conio, i neologismi che tanto egli schifava da fargli scrivere che il suo dizionario risultava «una specie di fogna delle parole» (e si figuri, caro Mazzeri, cosa avrebbe detto di fronte al mio «eixostìlogo»).
Oggi, poi, di neologismi siamo addirittura sommersi. Ce ne sono a faldoni. Parolina dapprima concepita e di poi molto abusata dai cronisti di giudiziaria, ma ancora non presente nei dizionari: come lemma, infatti, faldone non esiste. E se è possibile ricorrere a parole che manco esistono, perché io dovrei rinunciare al mio eixostìlogo? Che sarà come dice lei malandrino, ma certo meno di, uno a caso, «interfacciare» («Potremmo interfacciare mercoledì prossimo», buttò là un tizio chiedendomi una prestazione in cambio di un bel gruzzoletto. Girai i tacchi: meglio povero che interfacciato).
Paolo Granzotto