La vecchia Cinquecento e il progresso della velocità

Caro Granzotto, comprendo la simpatia mostrata per la vecchia Fiat Cinquecento, automobile che potrebbe essere assunta fra le realtà oggettive che costituiscono l'identità italiana, non nego la profonda verità del proverbio «chi va piano va sano e va lontano», ma onestamente, se la sentirebbe di fare un Roma-Milano a 85 chilometri all'ora di velocità massima, quanta ne sviluppava la vecchia Cinquecento?

Credo che facendolo metterei a dura prova i nervi di camionisti e automobilisti. Per non tirare il collo alla vecchia Cinquecento dovrei procedere a 70-75 all'ora, forzando così i Tir che sopraggiungessero a superarmi e siccome sappiamo quanti ne circolano, di Tir, una lunga colonna finirebbe per incanalarsi nella corsia di sorpasso rallentando la marcia delle automobili. In breve si verrebbe a formare una coda (pensi solo al tratto appenninico) da Tg delle 20,30. Questo sull'autostrada. Ma scegliendo le strade statali e meglio ancora quelle provinciali potrei trotterellare verso Milano come si trotterellò nei tempi neanche tanto andati, quando autostrade non ce n'erano e di automobili che «facevano i cento» non ne circolavano granché. C'era meno traffico, d'accordo, però i chilometri tra Torino e Palermo macinati da una Cinquecento con a bordo il dipendente Fiat, la sua famigliola e il bagaglio, sempre tanti restavano. Ma ce se ne faceva una ragione, programmando la partenza notturna così da guidare col fresco, cappuccino e cornetto all'alba in quel certo bar lungo l'Aurelia, pranzo, seguito da doverosa pennichella, in quella certa trattoria all'altezza di Civitavecchia e via così in un romantico e avventuroso on the road entrato a pieno titolo nelle pagine della storia del patrio costume.
Anche oggi i chilometri non fanno paura. Quello che ci ossessiona è il tempo necessario a percorrerli. Ovvero la velocità. E pensare che per svariati millenni e fino alla metà dell'Ottocento (da noi fino al 1839, allorché Ferdinando delle Due Sicilie inaugurò la Napoli-Portici) il mondo è andato avanti, e nemmeno tanto male, avendo come mezzo di trasporto più veloce il cavallo. Per i pochissimi che se lo potevano permettere e nelle circostanze adatte. Per dire: un celebre quadro di David ritrae Bonaparte che varca il San Bernardo in sella a uno scalciante stallone, ma non andò così. I passi alpini non erano fatti per i cavalli e dunque lo varcò metà a piedi e metà a cavalcioni di un mulo (se lo immagina Napoleone ritratto da David in groppa a un ciuccio?), imprecando, questo assicurano le cronache, per i disagi. Oggi, che di disagi ce ne sono pochi, davvero pochi, imprechiamo quando ci accorgiamo all'ultimo momento e quindi senza possibilità di porvi rimedio, della presenza dell'Autovelox. È il progresso, caro Tombolini, si chiama così: progresso.