La vecchia Europa di fronte all’Eldorado

Ci sei già dentro. Né pre e postfazioni. Pioggia e foresta. Corpi che arrancano e rovinano, sbarcati in Venezuela «in nome di Gesù Cristo nostro Signore e del nostro magnanimo sovrano Carlo, detto il Buon Europeo». È l'«Eldorado» di Dionisio Di Francescantonio la meta di un occidente cinquecentesco rivestito di fede e abbagliato dall'oro. È l'altrove oscuro dove raschiare ricchezze e convertire. L'autore usa l'accetta e crea blocchi di emozione e storia. È un racconto risucchiato, a ridosso di conquistadores che avanzando si perdono e di indios battezzati senza consapevolezza. Non c'è dilatazione, l'umido soffoca, la pioggia scorre sotto la pelle e le piante stringono la gola. È qui che l'autore s'inabissa. L'io narrante tiene tempi e modi da diario di bordo. Sta registrando un viaggio che vuole altre interpretazioni. Ma osserva e racconta sempre. Anche quando c'è da guardarsi dentro e scoprire l'orrore. Intanto gli appunti sulla foresta falciata dalla pioggia, le abitudini degli indigeni, il «memento» del guadagnare a Dio nuove anime. Mentre gli indios prigionieri assicurano che l'oro c'è, più avanti, oltre la foresta. Il convoglio avanza su terre non sue, tra uomini che ne spiano ogni mossa, che aspettano il momento opportuno per invertire il processo. Poi gli attacchi che vedono morire quegli europei inadeguati. Che non mollano. Sfiniti e affamati, inghiottiti da una natura antropofaga che li costringe a specchiarsi nell'inconscio addomesticato dalle regole, compresso negli spazi che l'occidente cristiano gli ha destinato. In parallelo la lenta discesa agli inferi della spedizione ufficiale e la lenta metamorfosi di due uomini che hanno perso contatto con il convoglio e finiscono catturati dagli indios. Due modulazioni nello stesso coro. E una gioca d'anticipo. Il racconto dell'agonia dei primi, intrecciato alla sorte degli altri due, pestati a sangue, denudati e trascinati al villaggio dove si consuma un altro rito. L'ingresso nella comunità indigena per salvare la pelle. La diversità fisica e l'abilità nell'uso della spada li rendono protagonisti negli scontri tribali. L'autore tiene il ritmo, un botta e risposta su corde umane, su interrogativi che sono macigni. Sul vero senso della spedizione, sul mito della città dell'oro che ingabbia, su un Dio che resta ipotesi, sul cuore della terra che diventa sabbie mobili della coscienza. Una storia scolpita senza tregua. Che avanza a carponi aggrappandosi a dogmi. L'autore smonta il mito del buon selvaggio e lo trasforma in stadio di coscienza. La vecchia Europa ci si specchia e si stordisce. È il pasto totemico, è la grande madre, è l'indistinto, è la vertigine. Erano venuti per conquistare alla morale e al costume occidentale le Nuove Indie. La pioggia li ha divorati lentamente, li ha spogliati. I piedi si sono induriti e i valori capovolti. Non sarà un indio ad uccidere Pedro, uno dei due prigionieri, ma l'amico fraterno. Per un diverbio sul cibo. La spada lo colpisce al cuore. S'è consumato il passaggio. Una deriva che porta l'altro sull'orlo dell'abisso, che questa volta sarà liberazione. Lucido, preciso, disarmante, Di Francescantonio stacca su un pezzo di storia, la riporta a galla e la congela. Una foto gravida, spalle all'etnografia laureata.
Dionisio Di Francescantonio, «Eldorado», De Ferrari Editore, 158 pagine, 12 euro.