Vecchie accuse e incontri fantasma: ecco venti motivi per non arrestare Cosentino

Ecco 20 buoni motivi (ma dalla lettura delle carte ne spuntano molti di più) per non mandare in galera Nicola Cosentino.

1) Il 90 per cento delle «nuove» accuse a Cosentino riguarda in realtà vecchie «accuse» presenti in un processo che lentamente procede, che nessuno vuol fare, tanto che chi sosteneva l’accusa oggi si occupa d’altro. Cosentino rischia l’arresto per i medesimi incomprensibili motivi respinti già una volta dalla Camera (col voto decisivo della Lega, che sugli stessi fatti stavolta ha deciso però di contraddirsi).

2) A Cosentino si contesta l’interessamento per un centro commerciale (mai fatto) vicino ai clan. Le carte evidenziano però che Cosentino si «interessa» al progetto a cose fatte, quando l’indagato Di Caterino sa che l’operazione è chiusa poiché Unicredit ha già dato l’ok previa verifica della solidità della garanzia, su cui Cosentino non avrebbe potuto fare nulla. Il presunto «sponsor politico» non partecipa alle fasi del progetto, dell’individuazione dell’appaltatore, della scelta della banca per il finanziamento, dell’istruttoria per l’erogazione dei soldi, della ricerca dei garanti. Non fa nulla. Incontrerà solo un funzionario Unicredit dopo numerose insistenze di Di Caterino a cui Cosentino aveva sempre risposto picche, com’è dimostrato dalle intercettazioni.

3) Non emerge mai un contatto diretto, o indiretto, con i boss. Nonostante questo i pm scrivono che Cosentino «è il referente nazionale del clan dei casalesi».

4) Il parlamentare-Padrino, per i pm, controlla da sempre il territorio di Gomorra. Ma l’unica volta che si presenta col centrodestra (2005) col voto di preferenza viene sconfitto da un candidato Udeur. Come se lo spiegano i pm? A volte, i clan, avendo più candidati, lasciano libertà di coscienza al loro elettorato. Follia.

5) Fino a quando è rimasto a sinistra Cosentino ha dormito sereno. Eletto tre volte consigliere provinciale col Psdi, nel 1990 prende 1.800 voti. Poi si butta con l’Ad di Ayala, appoggia candidati anticamorra di centrosinistra come Renato Natale prima e Lorenzo Diana, eroe di Saviano, oggi vicino a De Magistris, che negli anni ’70 fu in giunta a San Cipriano d’Aversa con Ernesto Bardellino (fratello del superboss Antonio) e Franco Diana (arrestato e ucciso in cella per un regolamento di conti). Immaginatevi se al suo posto vi fosse stato Cosentino. Nel ’95 Nick è alle regionali con Forza Italia ed è talmente forte l’appoggio dei clan che prende gli stessi voti di quindici anni prima col Psdi.

6) Il gran salto nazionale, ovviamente sponsorizzato dai casalesi, avviene col voto bloccato di lista, dunque senza preferenze, nel 2001 e nel 2005. Il collegio è quello a bassa densità mafiosa di Piedimonte Matese e non nella capitale di Gomorra, Casal di Principe, dove viene eletto un certo Italo Bocchino.

7) Se Cosentino è «da sempre» il terzo livello (politico) dei casalesi, c’è da chiedersi perché non compaia mai nelle gigantesche inchieste Spartacus 1 e Spartacus 2

8) E perché nel bestseller Gomorra l’onniscente Saviano non gli dedichi almeno un capitolo, salvo ricordarsi di lui solo in dotti articoli su Repubblica.

9) I magistrati ammettono che Cosentino ha sempre avuto un comportamento integerrimo. Ciò, però, non vuol dire niente essendo «fisiologico» che un politico faccia attività antimafia per essere «percepito dall’elettorato come persona degna del consenso ricevuto».

10) I pentiti che lo tirano in ballo non gli attribuiscono mai, dicasi mai, fatti concreti. Parlano in generale, anche a distanza di sei anni (oltre i 180 giorni previsti per legge) e quando azzardano a un episodio specifico, vengono smentiti documentalmente.

11) Uno a caso: un pentito giurò d’aver portato 700 voti a Cosentino a Trentola Ducenta: il conto delle schede si fermò a 500.

12) Il pentito cardine dell’inchiesta, Vassallo, è un cocainomane dichiarato, reo confesso in aula il 16.10.2008. Quanto al riscontro sulla sua permanenza nella casa di cura Pineta Grande a Castel Volturno per questioni psichiatriche, la cartella clinica è stata ripetutamente negata alla difesa per questioni di privacy.

13) Sempre Vassallo è stato recentemente smentito dal perito del tribunale di Napoli sulle «minchiate» gomorristiche della discarica di Chiaiano. In precedenza ha mandato in galera gente poi riconosciuta innocente, come i fratelli Luigi e Vincenzo Carobene.

14) A verbale, tra i suoi referenti politici, Vassallo fa i nomi di Cosentino e di altri politici. Perché non si è indagato su tutti?

15) Come si fa a non riconoscere il fumus persecutionis quando si legge che per il gip le necessità cautelari sono da riferirsi alla «potenza economica» della famiglia di Cosentino e all’aggravante del suo ruolo di «parlamentare della Repubblica» a conferma della sua «pericolosità sociale»?

16) Per anni Cosentino ha chiesto di essere ascoltato dai magistrati ripetutamente, invano.

17) Si sono iniziate indagini, senza alcuna iscrizione, solo 8 giorni dopo la nomina a sottosegretario pur avendo materiale d’indagine risalente alla metà degli anni ’90 e al 2006/2007.

18) Dal memoriale di Cosentino si apprende dell’esistenza di un ufficio investigativo ad personam, utilizzando sempre il vecchio fascicolo aperto dal 2001, per attribuire sempre al «medesimo magistrato la competenza a indagare in esclusiva su ogni possibile reato di Cosentino».

19) Contestano al coordinatore del Pdl in Campania parentele scomode. Nelle carte a sua difesa spiega che in centri piccoli sono facili incroci con personaggi che a distanza di anni avranno problemi con la giustizia. Un esempio è quello di don Giuseppe Diana, prete anticamorra ucciso dai clan, amico e sostenitore elettorale di Cosentino (checché ne dica Saviano). Persino il sacerdote aveva parenti-serpenti con la famiglia degli Schiavone, del boss Sandokan e del killer pentito Carmine.

20) Oltre ai pentiti, ripetiamo, non c’è niente. Ma Cosentino è Cosentino. Se anziché il pd De Franciscis (che in una sfortunata intercettazione richiamò l’aiuto «della camorra di Casale») fosse stato Cosentino il presidente di quella provincia di Caserta che stanziò 400mila euro per appalti a una società vicina allo stragista Setola, oggi Nick non avrebbe scampo. E invece una speranza c’è: che almeno la verità storica prevalga sulla carente ricostruzione accusatoria e sull’odiosa ragion politica.