VECCHIE TENTAZIONI E NUOVI PARTITI

L’anno finisce con più d'un segnale positivo: risolta la crisi di Bankitalia, riprende la fiducia delle imprese. Non manca, però, chi semina vento e tempesta. Sul Corriere della Sera si sfodera una vecchia inchiesta contro Silvio Berlusconi. Più per intimidire che per scoprire nuove verità. Nel tritacarne giudiziario finiscono anche i Ds: novelli Faust subiscono le forze incontrollabili da loro stessi evocate. La stampa un tempo amica fa intendere che i pm passeranno a un rigido vaglio i bilanci della Quercia. Partono le operazioni di divisione: «Piero Fassino non era informato, è Massimo D'Alema l'anima nera». Sono terremoti determinati da centri d'influenza finanziario-giornalistica, privi di adeguate basi economiche, che per conservare l'immensa concentrazione di potere che gli è capitata di gestire, cercano di destabilizzare sia il centrosinistra dato per vincente, sia il centrodestra da disfare.
Chiara è l'iniziativa sui Ds, dopo averli logorati, i cosiddetti alleati (da Francesco Rutelli alla stampa e gli imprenditori amici) cercano di imporre una via di uscita obbligata: accelerare la costituzione del partito democratico e tagliare ogni antica radice comunista. Sono indicazioni non prive di ragionevolezza. Da una parte la democrazia sarebbe consolidata da due grandi partiti nazionali: chiamiamoli popolare e democratico. Dall'altra qualsiasi forma di continuità organica con la tradizione comunista - ora denunciata non solo da Silvio Berlusconi - sarebbe piombo nelle ali di una nuova formazione politica.
Nell'operazione schiaccia-Ds, però, oltre agli interessanti ragionamenti, si coglie la volontà di far assorbire gli ex Pci in una forza senza radici e senza qualità, in balìa di poteri esterni. La stessa manovra è stata tentata dall'altra parte. Ma Marco Follini, che l'interpretava, ha fallito.
In realtà questa operazione è troppo astratta per riuscire: come non andò in porto il tentativo giudiziario-giornalistico di Mani pulite. Una società complessa e saldamente democratica come quella italiana non si lascia commissariare. I partiti non sono, poi, macchine sportive di cui si curano motore, colore e design, e si lanciano in pista. I partiti, soprattutto se aspirano a essere centrali nella società, hanno successo solo se svolgono funzioni nazionali. Così nel Risorgimento, così il partito socialista che portava i lavoratori alla politica, così il partito sturziano e poi degasperiano che inseriva nella democrazia l'elettorato cattolico. Il partito comunista rispondeva a grandi, e terribili, correnti internazionali oltre a dare conforto allo sbando di ceti popolari e intellettuali, usciti dalla guerra fascista. Anche Forza Italia, che i saputelli chiamano partito di plastica, in realtà interloquisce con una formidabile esigenza storica: aprire uno spazio di libertà in un Paese sconvolto da magistratura militante e alleati.
Il periodo politico è difficile. La prossima campagna elettorale irrigidisce i rapporti. Anche se poi nel caso di Mario Draghi, si sono trovate intese. Comunque un ceto politico, che è passato attraverso gli anni Novanta, deve evitare oggi di abdicare: sono ormai evidenti i prezzi che si sono fatti pagare al Paese abbandonandolo alle scorribande di quel coaugulo di poteri finanziar-giudiziario-giornalistici che ha guidato la prima fase di Mani pulite e vorrebbe ora fare il bis. Solo esercitando in questo senso una funzione nazionale, si chiudono le storie che vanno chiuse e si aprono le vie per «nuovi partiti» all'altezza delle esigenze dell'Italia.