Il vecchio Chahine appassiona più di nonno Oliveira

La Mostra ha chiuso con due film in concorso, entrambi in odore di premio: 12 di Nikita Mikhalkov (vedi articolo accanto) e Chaos di Youssef Chahine e Kaled Youssef. In italiano dunque il titolo è Caos e i nomi degli autori vanno letti Iusséf Sciaìn e Caléd Iusséf (la traslitterazione dall’arabo, nei titoli di testa, è quella francese). Il caos è quello che regna in un quartiere borghese del Cairo per lo scontro fra integralisti musulmani e i partiti che si contendono l’eredità di Nasser. E proprio di Nasser, il fondatore dell’Egitto moderno, sente la mancanza Chahine nell’epoca interminabile, cominciata alla morte di Sadat, assassinato da integralisiti nel 1981, del docile (con gli Stati Uniti) Mubarak. Delinea dunque la società della capitale come lacerata fra edonismo occidentale e integralismo islamico. Queste tensioni sono però la cornice; il quadro è un dramma d’amore che ha lungamente l’apparenza della commedia. Un sottufficiale di polizia (Khaled Saleh, bravissimo) insidia - ma l’ama e vorrebbe sposarla - una ragazza morigerata, innamorata di un giovane magistrato «democratico». La vicenda d’amore è a tinte forti e in Italia la si definirebbe «alla maniera di Matarazzo»: essa serve a mandare al cinema massaie e sartine. Ma solo grazie a loro l’ottantunenne Chahine potrà insidiare, fra un paio di decenni, il primato di longevità professionale del novantanovenne Oliveira. Con la differenza che, con Chahine, ci si appassiona.
In chiusura di Mostra è stato presentato nella Settimana della critica, una delle rassegne parallele al concorso, Distacco di Alexander Mindadze, come Cargo 200 delle Giornate degli autori e come 12 del concorso, il film di Mindadze ricorre a metafore per evocare la crisi ventennale della Russia. Lo spunto è una sciagura aerea, una delle tante che ci sono state per mancanza di pezzi di ricambio e altre carenze in un Paese che ha conosciuto la carestia quando questa parola in Europa pareva desueta. Rimasto così vedovo, un uomo (Vitalij Kiscenko) indaga sulle cause del disastro. Finisce così nell’equipaggio di un altro aereo, sfuggito alla collisione con l’aereo distrutto e la nuova esistenza gli provoca un senso di libertà sconosciuto... Meno violento, più allusivo di Cargo 200, Distacco ha anche una parvenza d’ottimismo, come se il regista dicesse che l’ora più buia ha un pregio: è quella che precede l’alba.