Un vecchio conto da regolare contro Zizou e compagni

Ich bin ein Berliner, siamo tutti berlinesi. Per un giorno le parole di J.F. Kennedy, pronunciate nel giugno del ’63, contro la costruzione del muro, possono risuonare come il documento d’identità di un popolo (24 milioni dinanzi alla tv martedì sera) attratto fatalmente dall’occasione di vivere un altro trionfo sportivo. Nel nostro modesto caso infatti annunciano la festosa invasione tricolore di domenica prossima dentro le mura, ricostruite di sana pianta, del vecchio stadio Olimpico. Ai tempi ospitò le Olimpiadi del ’36 e la collezione di medaglie d’oro di Jesse Owens, sotto gli occhi sbigottiti di Hitler, tra qualche giorno diventerà la chiusura simbolica di un mondiale da ingollare fino all’ultimo sorso. Ci si può ubriacare o restare con la gola secca: sono i rischi dell’evento. A Berlino, allora. Ci aspettano Zidane e la Francia, le nostre bestie nere. Abbiamo un vecchio conto da regolare, europei del 2000, a Rotterdam, il precedente che brucia ancora, il titolo continentale a un palmo di mano prima dell’incubo dei supplementari e della stoccata crudele di Trezeguet che infilzò Zoff e incorniciò un paio di errori fatali di Del Piero. Invece di diventare l’uomo della provvidenza, Alex aprì una botola sotto la propria carriera azzurra.
È una finale apparecchiata dagli dei. Possiamo toglierci l’ultimo sfizio, esorcizzare uno dei pochi diavoli in circolazione. Il traguardo raggiunto a Dortmund ha uno speciale significato: sul campo risulta meritato da strepitosi signor nessuno che han cambiato il volto al Belpaese oltre che ripulito l’onore perduto al suo chiacchierato calcio. Lo spirito guerriero di Gattuso e di Zambrotta sono i geni, germogliati dentro un corpaccio malato, di una Nazionale reduce da una striscia allarmante di delusioni (Giappone 2002) e buchi nell’acqua (Portogallo 2004), guidata da un ct permaloso ma di indubbie qualità, un allenatore vero. Due anni fa, più o meno lo stesso gruppo, si classificò dietro Danimarca e Svezia, addirittura, qui marciano spediti, asfaltando persino i tedeschi, padroni di casa. I ragazzi che in Italia allagano le piazze e svuotano le fontane si riconoscono in questi esponenti di una nuova classe di atleti, umile e leale, proveniente spesso da famiglie anonime, infanzie senza privilegi, squadre di modesto lignaggio. Nella scia di questa strepitosa ciurma, guidata da un gigante lillipuziano, Fabio Cannavaro, siamo alle porte di Berlino. I gol non sono la specialità di un puntero dal piedino fatato, sbocciano da tutte le parti, anche da un maturo ragazzo di provincia, come Fabio Grosso scoperto in C2, nato fantasista e trasformato terzino da Cosmi, nel Perugia. E se gli artisti dichiarati del gruppo, Totti e Del Piero, risultano oscurati da cali di forma, il gruppo provvede in qualche modo. Provvede la comunità dei centrocampisti d’assalto, oppure un difensore in libera uscita dal fortino di Buffon. E se c’è un rischio squalifica, gli interessati hanno i nervi saldi per dribblare il castigo.
Chi rincorre le analogie col passato, volge lo sguardo a Madrid ’82 e al gruppo Bearzot: alle spalle il calcio-scommesse, una partenza col freno a mano tirato, poi col passo da bersaglieri, spuntarono in finale contro i tedeschi. L’Italia di Lippi sembra godere della stessa prorompente convinzione. Niente a che vedere con la Nazionale di Sacchi che giunse spolpata, e con Baggio malconcio, al rendez-vous con il Brasile di Romario nel ’94. Se una squadra ci crede, se crede veramente può scalare una montagna. Da qualche giorno, la Nazionale di calcio è una specie di porto franco: chi ha voglia di visibilità, attracca al molo azzurro. L’unico dirigente, con qualche titolo, il presidente del Coni Petrucci, se ne resta ai margini con un pudore che gli fa onore. Forse perché rivede nella pazza corsa di Grosso o nel Materazzi inginocchiato davanti all’arbitro, le gesta di Fabris e Giorgio Di Centa, gli eroi di Torino 2006. Abbiamo la meglio gioventù a disposizione e non ce ne eravamo accorti.