Il "vecchio" De Mita arruolato da Casini

Che cosa ci stesse a fare Ciriaco De Mita nel Partito democratico è un mistero di cui solo il diretto interessato conosce la chiave. De Mita non crede nel bipolarismo, disprezza il nuovismo, vede come il fumo negli occhi il leaderismo... Non ricandidandolo, Walter Veltroni in fondo gli ha fatto un favore, e la successiva scelta di correre per l’Udc di Pierferdinando Casini & C., sfrondata dai rancori e dalle ripicche che ogni essere umano si porta dietro, lo restituisce al suo terreno più naturale, la ricostituzione di un centro politico come fonte di potere e di governabilità. Alla sua perdita, la «perdita del centro» appunto, il leader irpino non si è mai rassegnato proprio perché non ha mai creduto che la risoluzione di quell’assenza passasse per «la costruzione di un pezzo del centro nel centro-sinistra e un altro pezzo nel centro-destra»...
Negli anni Ottanta, quelli del suo massimo potere, De Mita era uno dei politici più antipatici che il panorama italiano potesse presentare. Sono rimaste celebri le sue interviste a bordo piscina, il modo con cui salutava i giornalisti parlamentari («sei tanto bravo, hai scritto delle stupidaggini»), la superbia e il sussiego intellettuale. Era intelligente, ma permaloso, colto, ma provinciale. Dei politici della cosiddetta prima Repubblica è uno dei pochi che non si sia accontentato di qualche carica onorifica e uno di quelli che ha dovuto più battagliare per continuare ad avere un ruolo e una visibilità.
Ancora nel ’94, ai tempi di Mani pulite, dovette rinunciare a presentarsi per il Ppi, due anni dopo, al tempo dell’Ulivo, Romano Prodi se ne uscì pubblicamente con un «è meglio se resta fuori». «Sei un vile» gli disse l’altro. «E tu un violento» fu la controreplica. Corse egualmente, con un suo simbolo, nel collegio dell’alta Irpinia, e naturalmente vinse. Dodici anni dopo, a Governo Prodi caduto, ha fatto capire che quello «sgarbo» lì non se l’era dimenticato. «Scarsa vivacità culturale e inutile cocciutaggine», ha detto parlando del leader appena sconfitto. De profundis, insomma.
In passato De Mita era famoso per quelli che i giornali riportavano come «ragionamendi», ironizzando su una pronuncia dialettale assai accentuata. Ma va detto che nel tempo il suo modo di ragionare, spogliato dalla contingenza del potere e dalla gabbia che di fatto ha ingessato la politica italiana almeno sino alla caduta del Muro di Berlino, ha acquistato in concretezza e in lucidità di analisi. Lo si potrà contestare e non essere d’accordo, ma, anche qui, è uno dei pochi leader che non ha mai cercato di seguire pedissequamente la corrente e ha sempre cercato di darsi delle risposte alla crisi, ormai endemica, che stiamo attraversando. La sua definizione, per esempio, della mai nata seconda Repubblica come «bipartitismo-leninismo», è quanto mai interessante. Detta in breve, è la difficoltà di costruire il bipolarismo in un Paese come il nostro e di cercare di ovviare alla difficoltà attraverso quel binomio: «come per il marxismo-leninismo, si perde di vista una motivazione ideologica alta e si fa prevalere la guerra tra gli aspiranti capi in una logica di dominio».
Per De Mita si tratta di una specie di scelta «contro natura» e che va di pari passo con una personalizzazione della politica che finisce per supplire all’effettiva coesione delle alleanze. «La personalizzazione della politica sta cambiando il sistema della democrazia rappresentativa. È come se si dovesse scegliere l’amministratore delegato di un’azienda. Dove è andata a finire la politica?».
Queste sopra riportate sono considerazioni di tre anni fa, quando la Casa delle libertà era in fibrillazione e Prodi non era ancora andato a Palazzo Chigi. Da allora in poi ciò che è successo lo ha rafforzato nelle sue convinzioni. Due mesi fa, a proposito del Partito democratico, e in occasione dei suoi ottant’anni proprio allora festeggiati, le perplessità sul bipolarismo plebiscitario uscirono tutte in un’intervista al Corriere della sera. «Veltroni, come Prodi, è ossessionato dal nuovismo. E perciò, politicamente fragile. Io temo che il Paese rischi di smarrire il valore della democrazia diretta. La democrazia rappresentativa si fonda su un fatto preciso: io elettore incarico te politico di gestire il potere perché sono certo che ti impegnerai per il mio bene. E per riuscire in questo, è chiaro che sono necessari i partiti, i quali devono essere radicati, in grado, per capirci, di attraversare la società. Oggi, invece, è sempre più diffuso un potere politico che è sì legittimato dal consenso, solo che non è più finalizzato a risolvere i bisogni del cittadino. Ed è evidente che per gestire questo tipo di potere, che procura emozioni, non soluzioni, sia sufficiente un partito, come dire?, liquido».
Forse adesso sarà più chiaro perché, con la scusa dell’età, Veltroni l’ha fatto fuori. E però, il fatto che il medico curante di De Mita sia un pediatra, dovrebbe preoccuparlo...
Stenio Solinas