Vecchio e senza idee forti Il Festival è da rifondare

Lunghissimo e acceso solo da colpi di testa (Celentano) o d’inguine (Belén). L’edizione di quest’anno sarà ricordata come il Costa Concordia della Rai

Hai voglia a ripetere in tutte le salse «stiamo tecnici», ovvero stiamo uniti, teniamo duro, non distraiamoci, affrontiamo la crisi che, rimanendo nella sintassi sanremese, significa la buriana delle polemiche, l’assalto dei giornali, il maremoto delle critiche e le richieste di scusa esagerate e altisonanti come, ad esempio, quelle dei vescovi, addirittura. Alla fine della fiera, dopo tutto il can can, non si sa se la sessantaduesima edizione della Fiera della canzone italiana verrà ricordata più per le fandonie in libertà di Celentano o per la farfalla di Belén Rodriguez. Purtroppo, nemmeno il più inguaribile degli ottimisti può supporre che l’esibizione intimissima di quel gran pezzo di figliola sia stata pensata per surclassare almeno esteticamente la telepredica dello Smolleggiato.

Tuttavia, nella rocambolesca successione dei fatti, così è andata. Per la Rai il colpo d’inguine è stato certamente più un colpo di fortuna che di genio. Ieri sera, però, Celentano è tornato e i predicozzi moraleggianti hanno ripreso il sopravvento sulla pruderie da punto G. Si scelga una o l’altra delle due performance discutibilmente memorabili, entrambi segnalano il grande limite di un Festival che non sa dove andare a parare perché privo di una vera guida artistica.

Fiera delle vacuità L’anno scorso la vittoria di Vecchioni fece intendere che un’epoca era al tramonto e si stava per voltare pagina. Ma ora che la Seconda Repubblica è declinata, all’Ariston regna la confusione. Le prediche e la farfalla tatuata sono simboli di un mondo in cui non ci si riconosce più. Opposti estremismi di ieri, ancora persistenti. A sinistra ci stanno gli anatemi apocalittici, don Gallo, la decrescita e un certo qualunquismo riverniciato di antipolitica. A destra, il precipizio dello stile, il corpo delle donne, i dilemmi sulla lingerie, l’allupamento voyeuristico. Ci vorrebbe Giorgio Gaber per divertirsi ancora. Intanto, tra vecchia sinistra e vecchia destra, prevale un carrozzone di mediocrità, vacuità e pochezza.

Salviamo il soldato Sanremo Nell’attesa di annate migliori portiamoci dietro le cose appena decenti di questa edizione. La comicità di Rocco Papaleo, dispensatore di sagacia, che prende in giro la platea dell’Ariston costringendola al ballo della foca. Le coreografie di Daniel Ezralow, gli stacchi dell’orchestra che introducevano i concorrenti, la schiettezza verace di Sabrina Ferilli, la coerenza affettuosa di Patti Smith e José Feliciano, l’esibizione spumeggiante dei maestri di Ballando con le stelle, l’argento vivo di Geppi Cucciari, l’extraterrestre Eugenio Finardi e il bamboleggiare di Nina Zilli. Per il resto, è stata una sorta di segregazione nazionalpopolare lunga cinque serate. Che, visti i contenuti e la difficoltà di convocare l’eccellenza internazionale, potrebbero benissimo essere tre se solo la Rai non subisse gli imperativi del Comune di Sanremo che ciclicamente minaccia di offrirsi alla concorrenza. Ma siamo seri, Mediaset si potrebbe davvero prendersi sulla groppa simile ambaradan?

Vuoto di potere Il fatto è che gli uomini Rai sono troppo teneri e troppo poco carismatici. La conferma è venuta proprio da ciò che è accaduto all’Ariston. Se si guasta il televoto, se saltano inopinatamente 650mila euro di spot, se un superospite straparla, se gli altri condiscono le gag con trivialità libere, se la musica che dovrebbe essere protagonista finisce per lunghi tratti nel retrobottega, se una bella figliola a caccia di pubblicità facile esibisce l’inguine, se delle due vallette prescelte ne resiste mezza, se gran parte delle star internazionali si dimostrano presunte: ecco, se tutto questo ha potuto accadere, significa che c’è un colossale vuoto di potere. Significa che, per lo meno, latita la leadership della prima azienda di comunicazione italiana. Qualcuno ha detto che Sanremo 2012 è il naufragio del Costa Concordia del servizio pubblico, con comandanti ammiragli e armatori che si scaricano le colpe. Il parallelo è forzato, ma fatte le dovute proporzioni...
Messaggio finale Dice Morandi che, alla fine, si capirà anche quest’anno qual è il messaggio del Festival. Non tarpiamo le ali all’ottimismo. Nel Paese la politica sta in panchina e in Rai i capi stanno a guardare. La sessantaduesima edizione di Sanremo è finita. Speriamo sia finito anche un certo modo di (non) fare televisione.