Il vecchio guerriero trionfa È lui il candidato repubblicano

John McCain va a dormire da mezzo presidente. Esce dalla Casa Bianca e pensa che adesso forse è il suo momento, che dopo Bush che adesso lo incensa e lo appoggia, questa sarà la sua abitazione, il suo ufficio, il suo mondo. Vince in Vermont, Rhode Island, Ohio e Texas. Vince tutto e si porta via la maggioranza assoluta dei delegati repubblicani. Nomination sicura anche se i dubbi erano pochi. La formalità serve a cambiare pagina davvero a presentarsi dal vecchio nemico George W. e farsi dire: «Sarai un ottimo presidente». Questo vale già tutto: entra ed esce dal 1600 di Pennsylvania Avenue da erede designato, lui che con l’attuale inquilino ha avuto rapporti complicati. Erano nemici nelle primarie repubblicane del 2000, Bush lo strapazzò, John s’è vendicato per otto anni: ha votato contro Bush sulle torture, l’ambiente o il finanziamento della politica. Bush lo sa, però sa anche che per il bene del suo partito, adesso i repubblicani faranno squadra con McCain. «Con John qui, io sarò tranquillo a rilassarmi a gambe distese a Crawford».
Il vecchio McCain sorride e si diverte a pensare che dall’altra parte i democratici gli stanno facendo un favore: l’altalena Clinton-Obama, lo scontro che si trascinerà fino alla convention di Denver, gli dà quei tre mesi abbondanti di vantaggio che magari diventeranno fondamentali. Vede il 4 novembre, lui. Lo vede vicino: è l’orizzonte che adesso John il cowboy immagina come un sole che si perde tra rocce del West. È l’immagine che ha scelto per aprire il suo sito internet da vincitore. Repubblicana, reaganiana, all american. Il futuro anche a 71 anni passati, anche se l’estate scorsa era spacciato, senza soldi e sull’orlo di una crisi di nervi. Adesso è all’apice, perché le primarie servono anche a questo: a cambiare le carte in tavola quando nessuno se l’aspetta. McCain è stato il più bravo: 1.191 delegati, maggioranza assoluta e galloni da predestinato. Può permettersi di parlare con un tono presidenziale: «Credo che tutti noi nasciamo con responsabilità verso il Paese che ha protetto i nostri diritti dati da Dio, e le opportunità che ci permettono. Io combatterò l’estremismo islamico e voglio incoraggiare la vasta maggioranza di moderati a vincere la battaglia per l’anima dell’Islam. Siamo artefici del nostro destino. Non siamo un Paese che preferisce la nostalgia all’ottimismo, o che preferisce guardare indietro piuttosto che avanti. Siamo il leader del mondo e i leader non si struggono per il passato, né temono il futuro. Renderemo il futuro migliore del passato».
Mike Huckabee, l’ultimo avversario a mollare, si ritira per manifesta inferiorità, gli promette l’appoggio e una dote di voti dell’America religiosa che con McCain magari non ha tanta confidenza, ma che adora l’ex pastore battista ed ex obeso che sa parlare agli evangelici. Huckabee resta candidato. Alla vicepresidenza, però. Perché McCain pensa già al ticket, tira giù le griglie, spulcia i nomi, fa i calcoli. Ha bisogno di un vice forte, di un running mate che corra davvero per lui e con lui. Ce ne sono tanti in lista. Qualcuno pensa a Colin Powell, l’ex segretario di Stato bushiano. Dicono sia l’uomo giusto se dall’altra parte vincesse Obama: Powell sarebbe il volto nero dei repubblicani. Però forse McCain pensa di più a un governatore o a un ex governatore. Magari giovane. Vuole uno che possa dire all’America: «Io ho guidato uno Stato, questa coppia governerà bene il Paese».
I nomi buoni sono in un bloc notes nelle mani del capo dello staff di McCain: Charlie Christ, governatore della Florida, lo Stato che ha dato lo slancio al senatore nelle primarie; Mark Sanford, governatore da due mandati del South Carolina, repubblicano vero e convinto; Tim Pawlenty, governatore del Minnesota: il primo a fare campagna pesante per McCain, astro nascente dei conservatori. Di più: il Minnesota ospita la convention che all’inizio di settembre aprirà ufficialmente le presidenziali. Gioca in casa.