Il vecchio John si affida alla scaramanzia per l’ultimo appello

Al seggio ha indossato le stesse scarpe e la stessa cravatta che gli hanno sempre portato fortuna

nostro inviato a Columbus (Ohio)

Da vent'anni John McCain va a votare indossando lo stesso modello di mocassini e la stessa cravatta beige; più, nella tasca della giacca, un amuleto segreto. E da vent'anni vince. Ma questa volta è diverso e la scaramanzia potrebbe non bastare. Lunedì il candidato repubblicano ha tenuto sette comizi in altrettanti Stati, l'ultimo nella sua Phoenix. E l'emozione per la prima volta ha preso il sopravvento. Di fronte ad alcune migliaia di sostenitori la voce della moglie Cindy si è incrinata introducendo John, «il suo meraviglioso marito», mentre a lui brillavano gli occhi. Un McCain velatamente pessimista che «si augura di rompere la tradizione che impedisce a un candidato dell'Arizona di diventare presidente come è accaduto a Goldwater, Mo Udall e Bruce Babbitt».
Al mattino è apparso provato quando è sceso dall'auto di fronte alla Albright United Methodist Church, la chiesa dove era allestito il suo seggio. La moglie Cindy, che indossava un elegante dolcevita bianco, sembrava più in forma di lui. Un rito, quello del voto, espletato quasi in incognito per una legge dell'Arizona che impedisce il libero accesso dei cameramen ai seggi. Pochi sono riusciti ad ottenere i permessi e tra questi, stranamente, non i grandi network come Cnn e Fox News, che si sono limitati a trasmettere in diretta le immagini confuse del suo arrivo e della sua partenza. Un'occasione persa, solo in parte compensata dalla Palin, che ha votato a Wasilla, in Alaska, seguita da frotte di giornalisti. «Ringrazio Dio per il ruolo che ho potuto giocare in questa campagna e prego per la vittoria», ha dichiarato Sarah in jeans e giubbotto col cappuccio.
McCain invece ha ripreso a combattere, nonostante la fatica accumulata in questi giorni, accettando i consigli dei suoi spin doctor, che a metà mattinata lo invitavano a non mollare. Con un po' di riluttanza l'eroe della guerra del Vietnam si è fatto portare in aeroporto. Destinazione dapprima Colorado e poi New Mexico, per gli ultimi due comizi. Ad urne aperte. La legge americana lo consente e per la prima volta nella sua carriera politica, il senatore dell'Arizona ne ha approfittato nel tentativo, secondo molti disperato, di rosicchiare quei voti che, in caso di parità, potrebbero risultare decisivi.
Il viaggio in Colorado è stato verosimilmente inutile perché metà degli elettori ha votato in anticipo, accordando ad Obama un vantaggio molto ampio, forse incolmabile. In New Mexico invece la rimonta era, in teoria, possibile, anche perché questo Stato è da sempre imprevedibile. Nel 2000 diede i suoi 5 voti elettorali ad Al Gore, nel 2004 a George Bush, ma sempre con un margine di poche centinaia di schede.
Sì, il vecchio John ieri sperava ancora in un miracolo e fino all'ultimo si è sforzato di motivare i simpatizzanti, di convincere gli indecisi. Ha ripetuto gli slogan degli ultimi giorni. «Io voglio essere il comandante in capo di questa grande nazione, Obama invece vuole redistribuire le ricchezze accumulate dai cittadini americani che ce la fanno». Come dire: io sono fedele al sogno americano, Obama no, Obama nell'animo è un socialista. Ha citato ancora una volta Joe l'idraulico che negli ultimi giorni ha fatto campagna al suo fianco in Ohio. Poi ha mostrato un bracciale con inciso un nome: Matthew Stanley; un ragazzo caduto in Irak. Glielo ha dato la madre al termine di un comizio in New Hampshire, una donna orgogliosa che il figlio abbia sacrificato la vita per un ideale: quello della patria, quello della libertà, da onorare senza condizioni. È a questa America che John McCain ha lanciato il suo ultimo, romantico appello, prima di tornare a Phoenix con Cindy, con la Palin, con il suo popolo.
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