Il vecchio McCain non molla: "Vittoria a portata di mano"

Ottimisti i repubblicani: il senatore dell’Arizona recupera nei sondaggi. E la Palin annuncia: mi candiderò nel 2012. Il vento gira: nel partito c’è la convinzione di poter vincere in Pennsylvania, Stato per tradizione democratico

nostro inviato a Pittsburgh (Pennsylvania)

Mai darlo per sconfitto, John McCain non molla mai. Non si lasciò andare quando era prigioniero in Vietnam; non si fece scoraggiare un anno fa, quando la sua candidatura alle presidenziali appariva patetica tanto era improbabile. E oggi continua a essere convinto della vittoria. Di comizio in comizio saliva sul palco più agguerrito che mai. Gli occhi spiritati, arringava la folla: «Mai rinunciare! È ora di combattere! Vinceremo». Ma dietro le quinte i suoi consiglieri sembravano non crederci più; sguardi bassi, umore pessimo e la tendenza a confidarsi con i giornalisti per scaricare su altri la responsabilità di una sconfitta che sembrava inevitabile.
Ieri mattina, invece, sono tornati a essere tonici, fiduciosi, perché i sondaggi ufficiali cominciano a dare ragione al vecchio John. Gallup lo dà in ritardo solo di due punti, Rasmussen di tre, 50 a 47%. La media pubblicata ogni giorno da RealClearPolitics indica un vantaggio per Obama attorno al 5,5%, ma gli istituti riconoscono che la volatilità è alta. Come dire: il candidato democratico resta favorito, ma la sua vittoria non è più sicura. L’impressione è che McCain stia riuscendo a conquistare la maggior parte degli elettori indecisi, alimentando i dubbi sull’affidabilità del suo rivale proprio sul tema centrale di questa campagna, quello economico. Anche se, a complicare la giornata dei repubblicani, è arrivata una dichiarazione di Sarah Palin: in un’intervista si è lasciata sfuggire che è già pronta a ricandidarsi nel 2012, riconoscendo implicitamente la possibilità della sconfitta.
Dalla parte di Obama c’è comunque soprattutto la crisi: più Wall Street va giù e più lui va su. Il balzo del Dow Jones aiuta il candidato repubblicano, ma arriva troppo tardi per essere risolutivo. Il fattore decisivo è un altro ed è riassumibile in tre parole: redistribuzione della ricchezza. Noi europei siamo abituati allo Stato sociale e all’imposta progressiva sul reddito, ma l’America resta un Paese individualista, meritocratico e, nonostante la crisi dei subprime, capitalista. La maggior parte dei cittadini è convinta che il benessere, se conquistato nel rispetto delle regole, vada premiato, non punito. E ritiene che lo Stato debba immischiarsi il meno possibile. Ma rispondendo a Joe l’idraulico, Obama ha ammesso di «voler redistribuire la ricchezza» e un paio di giorni fa il sito Drudge Report ha scovato un’intervista del 2001 in cui l’allora senatore dell’Illinois difendeva l’idea in termini ancor più radicali. Lo scoop è stato ignorato dalla maggior parte dei media, ma è stato ripreso da McCain, che ha coniato una battuta efficace: «Io voglio essere il comandante in capo, il mio rivale il redistributore in capo». E Joe Biden lo ha aiutato, con una gaffe delle sue: Obama promette di diminuire le tasse a chi guadagna meno di 250mila dollari, ma lui ha spostato la soglia a 150mila dollari, alimentando i sospetti sulle reali intenzioni dei democratici.
Il vento sta girando, anche in uno Stato blu, democratico, come la Pennsylvania, che però il senatore dell’Arizona pensa di poter conquistare. «Assurdo», replicano dall’altra parte. Ma Obama lunedì ha tenuto un comizio a Pittsburgh, martedì Biden due, ieri Clinton tre in diverse contee dello Stato. Se sono così sicuri di vincere perché tanta agitazione? Basta entrare nella sede di un comitato elettorale repubblicano per intuire la risposta; tra i volontari si trovano sempre più democratici che quest’anno hanno deciso di schierarsi con McCain. Come Mark Lantz, un consulente finanziario di 51 anni, che ha trascorso tutto il sabato a telefonare agli elettori indecisi o a quelli del suo partito. Con buoni riscontri. «Su 100 telefonate, il 20% è per McCain, il 45 per Obama e il 35 è indeciso», afferma. I sondaggi confermano: almeno il 10% dei democratici non voterà Barack. Alcuni per pregiudizio razziale, molti per ragioni politiche.
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