Il vecchio McCain è a un passo dalla "nomination"

Il senatore dell’Arizona conquista nove stati e mette fuori gioco il rivale Romney. Gli evangelici regalano a Huckabee cinque vittorie. E già si parla di una sua candidatura a vicepresidente

Washington - I repubblicani sembrano avere risolto uno dei loro problemi, il più urgente: hanno trovato il candidato per la Casa Bianca, mentre i democratici sono più che mai lontani da una decisione in proposito. Ora, però, ai repubblicani si è posto, nelle stesse ore in cui John McCain ha portato quasi a termine la sua incredibile rimonta, il secondo problema, non nuovo ma aggravato, che si può riassumere così: adesso devono trovare i voti. Perché uno degli aspetti più importanti del Supermartedì, meno evidente nelle ore della cronaca viva ma pesante nelle considerazioni del giorno dopo, è l'affluenza alle urne nelle primarie dei rispettivi partiti: che è aumentata quasi ovunque ma fra i democratici ha conosciuto un vero e proprio boom. In molti Stati si è addirittura raddoppiata rispetto a quattro anni fa. Un segno evidente che la base del partito d'opposizione è mobilitabile come non mai, mentre la base repubblicana, di solito più assidua, è aumentata di poco ed è rimasta stagnante.

In parecchi Stati c'è stato addirittura il ribaltone: nel 2004 sono andati alle urne più repubblicani che democratici, nel 2008, spesso di gran lunga, il contrario. Naturalmente il fenomeno non si riprodurrà automaticamente nel martedì che conta, quello di novembre. A mandare tanti democratici al voto può essere stata anche la contrapposizione quanto mai viva fra gli elettorati dei due candidati: gli americani di origine africana hanno «assaltato» i seggi per votare Obama, molti americani di origine e lingua spagnola sono accorsi per votargli contro o comunque per consolidare il seguito di Hillary Clinton. Bisognerà poi riconciliarli per novembre.

Ma il problema dei repubblicani è più urgente. E può essere affrontato soltanto per metà. Tutte le vittorie di McCain (nove) sono state ottenute contro e a spese di un certo establishment che si arroga da qualche anno il diritto di rappresentare tutti i conservatori d'America e che si è indispettito quando McCain, che pure è conservatore ma meno rigido, li ha spiazzati. Pesano ancora non le critiche ma gli insulti della star radiofonica Rush Limbaugh e di noti columnist ultrà come Ann Coulter, che hanno definito McCain «un uomo di sinistra» e anche di leader storici come Newt Gingrich, che l'hanno paragonato a Hillary Clinton. Ma i repubblicani sono tradizionalmente più disciplinati ed è quasi certo che 90 su 100 accorreranno di nuovo alle bandiere il giorno della battaglia. Questo vale in particolare per coloro che hanno votato per Mitt Romney. Pochi in verità, di modo che l'ex governatore del Massachusetts è il grande sconfitto del Supermartedì e già circolano le voci di un suo ritiro più o meno imminente.

Ma c'è un altro gruppo che si sente sottorappresentato nella visione di McCain e sono gli «evangelici», che hanno regalato a Mike Huckabee l'inaspettata vittoria in ben cinque Stati e la promozione a rivale numero uno di McCain. Una soluzione potrebbe essere l'offerta a «don Camillo» del posto numero due nel ticket presidenziale dell'eroe di guerra. Non è detto che egli accetti e per questa evenienza qualcuno ha cominciato a far circolare, cautamente, un nome risonante quanto inatteso: Jeb Bush, fratello dell'attuale presidente, ex governatore della Florida, conservatore, molto religioso e, a differenza di George W., in eccellenti rapporti col padre. È chiaramente un ballon d'essai, che dovrà essere verificato nei sondaggi. Perché il cognome Bush suscita in America reazioni prevalentemente negative: l'attuale inquilino della Casa Bianca rimane incollato in fondo alla scala della popolarità. Un handicap che non può non essere aggravato dall'incombere della recessione economica. Di cui non sempre i presidenti sono responsabili ma di cui sempre pagano le spese.