Un vecchio pugile riconcilia con lo sport

Sportivamente, sentivo il bisogno di una boccata d’aria fresca e grazie al cielo ho potuto goderne a Deiva Marina dove il Comune ha conferito la cittadinanza onoraria a Bruno Arcari, ha dedicato una pregevole mostra alla sua cristallina carriera e lo ha premiato come il più grande welter junior di tutti i tempi in base alla classifica stilata da un qualificato Forum internazionale che ha messo in fila i primi 10 di sempre, la «Champ’s choice in Top 10».
Da ragazzo ho fatto un tifo disperato per Bartali. Uscendo sconfitti dalle fumanti rovine della guerra sentivamo tutti, ragazzi compresi, un prepotente anelito di riscatto, di vincente cui ispirarsi, quell’anelito lì era personificato nella dicotomia Coppi-Bartali, si tifava per l’uno o per l’altro, dico di non meno di 40 milioni italiani, potevi essere tiepido caldo o bollente (era il mio caso) ma era impossibile restare neutrale. Ginettaccio, gloria all’anima sua, mi ha procurato grandissime gioie e immensi dolori. Con i coppiani velenosi, superato il crinale dell’insulto, si poteva pure arrivare alle mani.
Da giornalista, per 45 anni ho inseguito l’aplomb come meglio ho potuto. Sono persino riuscito a spogliarmi della fede calcistica di partenza. Nei derby al Ferraris ho alternativamente sperato che vincesse chi ne aveva più bisogno in quel particolare momento, indifferentemente per salvare la pelle o salire ulteriormente di rango, a parte quando - purtroppo non di rado - era prudente considerare il punticino vitale per entrambi.
Per molti personaggi di svariate discipline sportive che la professione mi ha resi familiari, da Fulvio Bernardini in su, ho umanamente provato molto più che stima e simpatia. Per nessuno di loro però mi sono ritrovato a fare visceralmente il tifo come per Arcari.
Bruno Arcari, marito e padre esemplare, è stato il professionista sportivo per antonomasia. Mai una sbavatura. Serio e caparbio al limite della missione, ma intimamente allegro. Coraggioso al limite della temerarietà, ma lucido ragionatore. Combattivo al limite della ferocia, ma tenero negli affetti e sportivo di cristallina lealtà. Diretto testimone della maniacale sofferenza dei suoi allenamenti e della crudele fragilità dei suoi sopraccigli, a bordoring ho gioito e sofferto - per fortuna molto più gioito che sofferto - come se i colpi che dava e prendeva fossero cosa mia. Nella maestosa Stadthalle di Vienna, con 16 mila austriaci che sull’onda delle sue pene iniziali irridevano all’Italia facendo «Buuuh!» alle nostre spalle, quando prese a disgregare Orsolics piantando la fondamentale pietra miliare di un’impareggiabile carriera mi ritrovai sfrenatamente in piedi a gridare «Bruno! Bruno!» con le lacrime agli occhi. Senza vergogna.
Vergognoso è ciò che sta accadendo ora ramo Genoa e dintorni. Vergognoso, come denuncia l’amico avvocato Biondi, lo sputtanante processo mediatico anticipato frutto della più sfacciata violazione del segreto inquisitorio e istruttorio. Vergognoso è che Gaucci e il sindaco di Perugia piombino sulla preda come avvoltoi. Ma quando ho letto quanto ha scritto sul «Secolo» Mario Sconcerti, amico e collega che stimo senza se e senza ma, mi ha fatto cascare le braccia. «A lume di ragione è probabile abbia fatto (Preziosi) quello che gli viene imputato, Ma una cosa è comprare una partita che avresti comunque vinto… ed altro è trovarsi in prima pagina come icona del male di vivere». Ennò caro Mario. Anch’io aborro il moralismo d’accatto. Anche a me conciliano il vomito «la Lazio salvata da una legge applicata solo per quella società e poi cancellata; il Messina che ha ottenuto dalla Regione Sicilia che i suoi 17 milioni di euro di fisco siano sospesi; Milan, Inter, Roma e Lazio che due anni fa hanno ottenuto da Berlusconi di poter spalmare in 10 anni ben 1008 miliardi di lire di ammortamenti». Anche a me fanno schifo il doping farmaceutico (Juve e dintorni?), lo strapotere intrecciato (Gea e dintorni?), l’antisportiva sperequazione in tema di diritti televisivi, il dilagante doping amministrativo di chi non paga tasse e contributi: e insomma tutto ciò che - impunito - crea concorrenza sleale. Ma io spero, voglio, pretendo che Preziosi sia innocente. Se fosse sportivamente colpevole, il cielo non voglia, non parlerei di «sciocchezza». Direi che il mitico Grifo, dopo 10 anni di umiliante serie B, avrebbe meritato ben altro.

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