IL VECCHIO VIZIETTO DEL PROFESSORE

Non si può dire che Romano Prodi abbia un eloquio particolarmente brillante. Ai microfoni delle tv risponde sempre come se fosse in preda a una sorta di torpidezza, che non gli fa trovar le parole. Quelle poche che alla fine recupera gli escono dalle labbra come sospinte da sbuffi e brontolii. L’oratoria al Valium si accompagna però a una discreta velocità nel mettere in piedi spericolate operazioni di ingegneria finanziario-industriale. Se c’è un affare ardito da concludere il Professore è un fulmine. Ricorderete tutti quanto poco gli ci volle per vendere la Sme a Carlo De Benedetti, nonostante fino al giorno prima avesse giurato che mai l'avrebbe ceduta, e come in un amen abbia fissato il prezzo che – sia detto incidentalmente – era di gran lunga inferiore a quello che venne spuntato anni dopo, a svendita scampata. Rammenterete certo anche un’altra allegra operazione, quella della Cirio, ceduta in un batter di ciglia a un signore con poca arte e ancor meno parte, che la rivendette nonostante gli accordi presi gli impedissero di farlo, avviandola al disastro che è risaputo.
I due episodi mi tornano in mente in queste ore, mentre sta scoppiando il Telecomgate, ossia il pasticcio del piano di ristrutturazione della società dei telefoni messo a punto nelle stanze di Palazzo Chigi. Ufficialmente a elaborare il fantasioso progetto, in base al quale la Cassa depositi e prestiti (in parole povere, lo Stato) avrebbe dovuto comprare da Telecom il 25-30 per cento di rete, centraline e cavi telefonici, in cambio di 5 o 7 miliardi di euro, è stato Angelo Rovati, un giovanottone di 60 anni che si è a lungo occupato di raccogliere denaro per finanziare le gite in pullman di Prodi. In America li chiamano fund raiser, raccoglitori di fondi, e Rovati di fondi per il Professore ne ha raccolti davvero parecchi. È lui che gli ha finanziato la campagna elettorale.
Adesso Rovati, ex campione di basket e fresco sposo della stilista di sinistra Chiara Boni, è consulente e consigliere del principe, pardon del premier. E come tale avrebbe stilato il piano per dare soldi a Marco Tronchetti Provera in cambio di un pezzo di rete, ma soprattutto di una longa manus infilata dentro uno dei più grossi gruppi industrial-finanziari del Paese, che in sovrappiù ha anche tre televisioni e una buona partecipazione nel Corriere della Sera.
Che Prodi brighi con le banche e con i media è noto, al punto che per la fusione tra San Paolo e il fu Banco Ambrosiano si è parlato di una Santa Romano Intesa. Ed è noto perfino che gli piacerebbe ridisegnare gli equilibri editoriali, dalla Rai giù giù fino a La7. Ma che per inseguire i sogni del Romano Impero fosse disposto a rimettere in movimento la Cassa depositi e prestiti per trasformarla nella piccola Iri, no, questo non si sapeva. Certo, ora Rovati dice che l’idea era sua, che si trattava di un innocente passatempo serale su cui s’è esercitato con un amico tra un bicchiere di lambrusco e una fetta di mortadella, così, tanto per ingannare il tempo e anche gli italiani. Prodi naturalmente non ne sapeva niente, lui se c’era, a Palazzo Chigi, dormiva.
Quello di Rovati era un gioco, consegnato su carta intestata del governo, che se realizzato sarebbe costato 14mila miliardi di vecchie lire, ma pur sempre un gioco. Il castello di carte con cui giocava il fund raiser dell'Unione è andato a gambe all’aria perché Tronchetti Provera invece di mettersi nelle mani degli scommettitori d’azzardo ha preferito giocare i suoi assi.
La storia dirà se le carte del capo di Telecom saranno sufficienti per vincere la partita. Per ora si sa solo che a perderla cercando di taroccare il mazzo sono stati Prodi e i suoi consiglieri. Il presidente del Consiglio prima ha detto che del nuovo assetto di Telecom non era stato informato, poi ha aggiunto che Tronchetti Provera gli aveva riferito qualcosa ma non tutto, infine è spuntato il piano di Rovati. L’elemosiniere del premier si è assunto ogni responsabilità per quel progetto, ma siccome gli italiani non passano le loro serate a tracannare lambrusco è difficile che si bevano questa storiella. Sarà dunque opportuno che, una volta ripresosi dalla sbornia di inchini cinesi, Prodi ci racconti la verità sul Telecomgate, cercando, tra un borbottio e l’altro, di cavarsi di gola le parole giuste.