Vecchioni: "Niente accade per caso, ora ho riscoperto la fede"

Parla il cantautore dopo un anno difficile e nel pieno del suo tour da tutto esaurito. Mercoledì sarà a Milano

da Milano

«Non esiste la casualità. La vita mi ha convinto che nulla avviene per caso», riflette Roberto Vecchioni parlando del suo annus horribilis di dolore e sofferenze famigliari. Da cui è uscito con lo slancio e la carica di un ragazzino, e soprattutto con la cruda passionalità del cd Di rabbia e di stelle, album pluridiscod’oro che rivendica «la ricerca di un nuovo umanesimo. Sono arrabbiato, sì, ma non come gli operai degli anni Sessanta, questa è la rabbia dello sconforto che si supera sapendo che possiamo salvarci con le nostre forze e con l’amore». Nulla per caso dunque, né nel privato né nella musica; ecco perché la sua tournée teatrale (stasera a Stradella, mercoledì allo Smeraldo di Milano e poi via fino alla conclusione il 21 aprile al Sistina di Roma) viaggia all’insegna del tutto esaurito. «Non posso fare a meno del concerto perché è l’episodio clou di un lavoro che dura anni, fatto di pensiero, vita vissuta, parole scritte e urlate. È uno sposalizio tra me e la gente come me, ovvero gente che non si imbambola davanti alla Tv ma ascolta le canzoni chiedendosi perché. I miei concerti sono una grande scintilla di umanesimo».
Come mai così tanta gente s’identifica nei suoi brani?
«Parlo a tutti senza distinzione di sesso, di età, di stato sociale, cerco di comunicare sensazioni che l’uomo nobile ha dentro di sé dall’illuminismo in poi. Io sono un cantautore o molto amato o ignorato dal pubblico, nessuno mi odia. Mi commuovo con i miei fan, che non significa piangere ma partecipare emotivamente alla stessa cosa. Altri puntano su una commozione più facile, che rende molto di più in termini di successo».
Un giudizio severo sui gusti del pubblico.
«No, ma la società è ormai così incancrenita da perdere il gusto del bello. I più deboli vengono travolti dai mass media. Credo che solo una piccola parte della gente sappia cosa è bello e valido culturalmente».
Anche i giovani?
«No ho molta fiducia nei giovani. Molti sono bravi ragazzi e la maggior parte degli altri sono salvabili».
Meglio quelli di ieri o di oggi?
«I giovani sono sempre la speranza: cambia il mondo, non loro, anche se oggi c’è meno ottimismo di quando io ero ragazzo».
Voi volevate cambiare il mondo, c’era il ’68.
«C’era un impegno a senso unico, tutto era politica, anzi, tutto era partitico e quindi limitante. Io vivevo il momento e la cronaca ma sempre alla ricerca dell’uomo universale. L’importante del ’68 è stato il pensiero, poi è arrivata la lotta e ha rovinato tutto. Il senso era il rifiuto della cultura dei padri, la scoperta dell’angoscia e dell’esistenzialismo, la voglia di cambiare le regole. L’emblema è stato De Andrè che veniva da una famiglia borghese e parlava di Stirner e di anarchia, e il modo di vivere di Paoli. Solo in seguito divennero politicizzati».
Ma i cantautori sono genericamente considerati di sinistra.
«Io odio le etichette. Anche scuola genovese o romana o bolognese per me non vuol dire nulla. Piuttosto bisogna spiegare come e perché Paoli è diverso da Tenco, Venditti da De Gregori, Ligabue da Guccini».
Quindi una valutazione sul ’68.
«Un grande movimento di idee e libertà nato in America e in Francia, che in Italia ha avuto un’evoluzione dannosa nella lotta armata. Noi comunque siamo arrivati dopo: l’Italia ha anticipato tutti solo con il futurismo».
Cosa pensa del futurismo?
«Un grande movimento, un modo di dare forza alla vita contro i piagnistei del decadentismo. Ai primi del ’900 è nata la Belle époque, il cabaret, il tabarin, la nuova pittura in Francia e da noi il futurismo che poi s’è diffuso in tutta Europa. Marinetti è il più noto ma ci sono stati tanti grandi artisti. Ci voleva, è stato essenziale anche per passare al suo contrario: il surrealismo».
C’è stato un movimento analogo nella canzone?
«Negli anni ’50 e s’è esteso fino ai ’70: da Dylan ai Beatles e agli Stones fino ai Pink Floyd e ai Genesis. Poi decadenza e imitazione».
E in Italia?
«Stessa cosa dopo i cantautori e il beat».
E lei ci ricorda come cominciò?
«Conobbi Guccini, Lolli, Tenco ma ho cominciato tardi, a 27 anni, perché prima ero solo autore. Mi feci conoscere a Sanremo, nel 1973, con L’uomo che si gioca il cielo a dadi, ma non mi feci travolgere dai media e mi richiusi in me stesso. Poi con Samarcanda arrivò il grande successo».
Oggi ha riscoperto la religione.
«Dopo i drammi che ho passato in famiglia non riuscivo più ad amare la vita; così ho scoperto che il dolore non è casuale e che Dio e la fede ti aiutano, ti danno fiducia. Ora vado in chiesa e ho spesso colloqui con uomini di Chiesa illuminati e democratici».
E i concerti non li abbandona?
«Mai, non capisco chi non li fa più, o fugge dopo i concerti. Io mi fermo sempre a parlare con i fan. Anzi, quest’estate riprenderò il tour; intanto sto scrivendo un nuovo romanzo».