La vedova del giudice Coco e l’incontro con Caselli

Appendo con ritardo che in data 18 novembre 2006 il Giornale ha pubblicato un articolo di Stefano Zurlo dedicato al neoedito «I silenzi degli innocenti» di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, il libro che raccoglie la voce e le storie di alcune vittime del terrorismo; e proprio alla mia personale testimonianza è stato concesso particolare spazio e risalto, riportando, tra le altre cose, l’episodio relativo all'incontro tra mia madre e Gian Carlo Caselli, allora giudice istruttore presso la Procura di Torino. Il giorno successivo, 19 novembre, lo stesso giudice Caselli, oggi Procuratore generale in seno a quella stessa Procura, replicava con una lettera al Giornale smentendo categoricamente quell’incontro.
Ebbene, debbo senz’altro controreplicare, anche in nome di mia madre: il dott. Caselli venne nella nostra abitazione in salita S. Brigida a Genova, ebbe un colloquio con mia madre, e si informò su quanto potesse essere di interesse alle indagini, come i movimenti di mio padre nei suoi ultimi giorni di vita, quali fossero state le sue sensazioni o preoccupazioni, chi avesse visto o incontrato ultimamente o quant’altro, e appuntò un verbale manoscritto praticando anche quegli strani accomodamenti, come da me ricordato nei «Silenzi degli innocenti» e correttamente riportato dall’articolo di Stefano Zurlo. Stimo questa piccola querelle riducibile a un banale incidente di memoria, e non ad altro, è comprensibile che i contorni di vicende risalenti a trent’anni orsono possano sfuggire al ricordo di chi, come il dottor Caselli, in tutto questo tempo ha dovuto combattere sui numerosi fronti delle più drammatiche pagine della vita giudiziaria italiana, e non possano dunque essere altrimenti vivi come nelle menti dei figli, delle vedove e dei tanti colleghi di dolore segnati dalle irrisarcibili stigmate dei cosiddetti anni di piombo.
Ma resta l’amarezza nel constatare quanto si stia dunque allontanando la tanta agognata verità su quegli anni, visto che ne sbiadisce il ricordo persino nelle menti di quei giudici che furono allora inquirenti e che, come il dott. Caselli e molti altri, detta verità cercarono ma forse non continuarono a cercare sino in fondo: prova ne siano i tanti, troppi caduti per mano terrorista tuttora in credito di giustizia, prova ne sia la vicenda di mio padre Francesco Coco, dell’agente di polizia Giovanni Saponara e del carabiniere Antioco Deiana, che assassinati l’8 giugno di quel lontano 1976 attendono ancora oggi di conoscere almeno il nome dei loro carnefici.
Massimo Coco