La «vedova scaltra» mena per il naso i quattro pretendenti

A Venezia Lina Wertmüller fa rivivere un Goldoni d’annata con la seducente Raffaella Azim e Gennaro Cannavacciuolo nei panni di Arlecchino

Poche commedie goldoniane come La vedova scaltra risentono di una pericolosa contiguità con La locandiera. Nonostante la vicenda di Rosaura preceda di ben cinque anni le avventure di Mirandolina, i teatranti hanno sempre considerato lo squisito trattatello della dama veneziana costretta a scegliere l'uomo del suo cuore tra quattro spasimanti, alla stregua di un semplice abbozzo dell'ineffabile fiorentina. Preferendo la scaltrezza plebea di quest'ultima alle calcolate svenevolezze di Rosaura che, a spasso per le calli della Serenissima, si comporta come un'aristocratica di Versailles. Tanto è vero che di celebri allestimenti della Vedova non c'è quasi traccia nel teatro europeo.
Benvenuta quindi la scelta di Lina Wertmüller che, nella sapiente impaginazione di Enrico Job, presenta questo gioiello indiscreto cresciuto sul Canal Grande come un raffinato apologo sulle angosce dell'amore. Per tramutare la favola del Cogitore in un aforisma che sa di Marivaux, la Wertmüller ha chiesto al marito scenografo di costruire un gran letto monumentale smaccatamente finto nelle dimensioni che, candido com'è, somiglia a un'abnorme meringa: una Venezia xilografica in bianco e nero dove, all'inizio, si danno querela i partigiani della commedia antica e i fanatici della commedia nuova.
Tutto bene quindi? Sì e no, perché concentrandosi sul gioco amoroso la regista perde per strada il contesto e le immagini del coro maschile, quei grandi vecchi da Goldoni designati a rappresentare il controllo sull'autonomia femminile. Ne risulta uno spettacolo in punta di penna, ma privo della dolorosa ambiguità che pervade l'universo chiuso di Rosaura. Per fortuna, tra le coltri immacolate, Raffaella Azim seducente come una bambola di Norimberga, si prodiga con infinita grazia tra i quattro sbalestrati pretendenti. Tutti caratterizzati, a eccezione del Cavaliere animato da belluini trasporti nell'impetuosa performance di Giovanni Costantino, come grotteschi prototipi dei Rusteghi. Mentre nel famoso abito a toppe di un diabolico rosso acceso si stampa nella memoria l'insolito magnetismo dell'Arlecchino di Gennaro Cannavacciuolo.

LA VEDOVA SCALTRA - di Goldoni Regia di Lina Wertmüller, con Raffaella Azim. La Biennale, al Teatro Arsenale di Venezia fino al 24 agosto, poi in tournée