Veleni e faide all’ombra del centrosinistra

Un omicidio eccellente ritagliato in una cornice politico-affaristico-mafiosa. Fino a ieri mattina era questa l’unica certezza per l’assassinio di Francesco Fortugno. A oggi non è più così. C’è una sentenza che colpisce duro ma vola basso: condanna la manovalanza, sfiora la politica, non intacca gli affari sanitari della ’ndrangheta né risolve i misteri del caso. Che coinvolgono, nell’ordine: i mandanti del delitto, Alessandro Marcianò e il figlio Giuseppe; il killer Salvatore Ritorto; il pentito suicida Bruno Piccolo; il politico Domenico Crea, subentrato in consiglio regionale dopo l'assassinio del collega; la famiglia di Maria Grazia Laganà, vedova Fortugno.
L’inchiesta sul delitto eccellente si fondava inizialmente su un postulato inattaccabile: trattasi di «omicidio politico-mafioso contestualizzato nelle elezioni regionali della primavera del 2005 che ha come riferimento principale il mondo della sanità pubblica e privata». Si puntava diritti al livello superiore, ma non ci si è mossi dal piano terra: i due Marcianò - sostiene la procura - avrebbero deciso di far fuori Fortugno per favorire il loro amico-candidato Crea, di cui erano sponsor, che per soli 72 voti era rimasto fuori dalle stanze del potere. Col trascorrere del tempo, però, i magistrati hanno capito che Crea non sapeva nulla del presunto «favore» di Alessandro Marcianò, caposala della Asl di Locri, collega d'ufficio della signora Laganà. Tant’è che per l’omicidio di palazzo Nieddu non l'hanno nemmeno mai indagato, limitandosi a perseguirlo nell'indagine «Onorata Sanità».
Stando alle rigide e collaudate regole della ’ndrangheta un qualsiasi omicidio «eccellente» in terra di Calabria deve necessariamente ottenere l’avallo della Commissione e deve essere portato a termine da sicari professionisti, anche non locali ma alleati. In questo caso, stando alla sentenza, ciò non è avvenuto. Incensurati e balordi hanno ucciso un pezzo da novanta della politica per fare una cortesia, non richiesta, a un altro candidato. Incensurati e balordi, stando sempre alla sentenza, hanno osato sfidare le cosche che si sono viste lo Stato addosso per un omicidio non commissionato. Tra le cose che proprio non tornano, il ruolo ricoperto da Marcianò jr, in un primo momento considerato «compartecipe dell’omicidio» per aver accompagnato il killer a palazzo Nieddu. Quando l’accusato è riuscito a provare che nell’ora dell’assassinio si trovava in un supermercato di Cinquefrondi, a decine di chilometri dal luogo del delitto, l’accusa è cambiata in «co-mandante», insieme al papà. Salvo poi tornare all’ipotesi iniziale allorché la procura ha deciso di denunciare per falsa testimonianza tutti coloro che avevano dato un alibi al compartecipe-co-mandante. Il dibattimento sembrava anche non aver risolti i dubbi sull’autore materiale del delitto, Salvatore Ritorto, scagionato di fatto da tre testimoni oculari (Antonio Alvaro, Nicodemo Piccolo e Giuseppe Lombardo) che hanno fornito una descrizione fisica del sicario di Fortugno diversa dalla sua. Così come sembrava venir meno la causale del suo arresto, ovvero l’improvvisa disponibilità di grosse somme di denaro post omicidio: s’è appurato che non era vero. Come se non bastasse, anche la macchina usata dal commando non s’è capito di che tipo fosse. Nel processo è entrata una Fiat Uno bianca, rinvenuta a Locri senza alcuna impronta al suo interno, dettaglio importante visto che il killer sparò senza guanti. Prima ancora, sempre in dibattimento, era entrata una vettura A112 di colore nero, così descritta da alcuni testimoni oculari del delitto al maresciallo Guarnirei. Insomma, non tutto è chiarissimo. Per incastrare la manovalanza ci si è fidati dai pentiti, a cominciare da quel Bruno Piccolo trovato misteriosamente senza vita nel suo domicilio segreto. Marcianò padre s’è sempre difeso dicendo di essere «l’ideale capro espiatorio» sottolineando quanto fosse assurdo pensare che lui avesse organizzato l’assassinio del «vecchio amico» Fortugno coinvolgendo addirittura il figlio. Se Marcianò ha invitato a indagare «in altre e più alte direzioni, anche all’interno del centrosinistra», per la Dda di Reggio l’elezione di Fortugno aveva messo in discussione gli equilibri politico-economico-criminali sull’intreccio fra mafia, politica e appalti delle Asl e che ha come cerniera Domenico Crea. Sì, ancora lui, il supersospettato continuamente evocato dai politici calabresi nei loro interrogatori. Il governatore Loiero, ad esempio, ha spiegato come fosse stupito che la Margherita (a cominciare da Marini e D’Antoni) attraverso l'ex sottosegretario Luigi Meduri volesse candidare un trasformista come Crea. Nel processo s’è poi scoperto, grazie a un carabiniere, che il primo a fare il nome di Crea come persona «non gradita» è stato Mario Laganà, ex potente dc dirigente della Asl di Locri nonché suocero della vittima. Maria Grazia Laganà, vedova Fortugno, dopo aver anche lei osteggiato l’impresentabile Crea si è addirittura candidata alle provinciali con la sua stessa lista. Una scelta di campo inconcepibile, per dirla con la parlamentare di An, Angela Napoli, mai tenera con la signora Laganà finita sott’inchiesta per una storia d'appalti all'ospedale di Locri. Restando in famiglia, e restando al processo, non pochi imbarazzi hanno creato le intercettazioni del fratello della vedova, Fabio, intercettato mentre col telefono della sorella coperto da immunità parlamentare avvertiva l’ex sindaco di Gioia Tauro - arrestato per collusioni col boss Piromalli - delle iniziative delle commissioni d’accesso per lo scioglimento del consiglio comunale. Veleni, colpi bassi, attacchi personali. Se è vero che nel processo è entrato di tutto, è vero anche che tanto, troppo, è rimasto fuori.