Veleni, pressing, bollettini medici La maggioranza vede quota 320

RomaÈ il giorno delle previsioni e dei timori, dei pallottolieri e dei bollettini sanitari. Il giorno dei telefoni roventi, dei richiami all’ordine da parte dei colonnelli del centrodestra e del pressing di quelli dell’opposizione sugli indecisi della maggioranza, quelli che accendono il «mercato» delle ultime ventiquattro ore.
Silvio Berlusconi, insieme allo stato maggiore del Pdl, si dice ottimista per il voto di fiducia, previsto per mezzogiorno e mezzo alla Camera, e non crede a un verdetto sul filo di lana. Ma nei corridoi di Montecitorio non è difficile incontrare parlamentari che discutono animatamente, incrociando i rispettivi calcoli, alimentando o spegnendo speranze. La base da cui la maggioranza parte sono i 315 voti (a 294) con cui il 28 settembre fu respinta la mozione di sfiducia al ministro Romano. Sulla carta, invece, sono 319 i voti dei quali dispone la maggioranza, contando naturalmente sul voto compatto di tutti i deputati che si riconoscono nel centrodestra: i 216 del Pdl (sarebbero 217, ma Pietro Franzoso è ricoverato in ospedale), i 59 della Lega, i 29 di Popolo e territorio a cui vanno aggiunti i 9 di Forza Sud, e poi ancora i 6 del Misto (Francesco Nucara, Luca Barbareschi, Aurelio Misiti, Mario Pepe, Adolfo Urso e Andrea Ronchi).
I voti potrebbero diventare 320 se dicesse sì al governo anche Calogero Mannino che sulla sfiducia a Romano non rispose alla chiama. Si temono soprattutto le assenze. Due quelle certe e già messe in conto: Papa (agli arresti in carcere che però ha chiesto di poter votare) e Franzoso. C’è poi il caso a sè rappresentato da Antonio Gaglione, iscritto al Misto ma assente cronico in aula. Sull’altro fronte il centrosinistra è fermo a 305: 206 del Pd, 35 dell’Udc, 25 di Fli, 22 di Idv, 5 di Api, 4 dell’Mpa, 3 dei Liberaldemocratici, 3 delle minoranze linguistiche, a cui si aggiunge Giuseppe Giulietti. C’è poi Santo Versace che non voterà la fiducia. In Fli, che ha 26 deputati da cui va sottratto Gianfranco Fini che per prassi non vota, si dà invece per scontata l’assenza di Mirko Tremaglia, si considera possibile quella di Francesco Divella (per motivi di salute) e probabile quella di Antonio Buonfiglio (allontanatosi di fatto dal partito).
Lo sguardo di chi spera di affossare il governo resta puntato sugli scajoliani e su un paio di Responsabili. Archiviata la speranza di far cadere il governo ora l’asticella è stata abbassata e l’obiettivo diventa quello di tenere il governo sotto la simbolica «quota 316». L’ex ministro dello Sviluppo assicura che non ci saranno problemi: «Voto la fiducia al governo, certamente». Per evitare sorprese, comunque, nel pomeriggio di ieri, nel bar Ciampini di Roma, Scajola è tornato a riunire i suoi ai quali ha riferito della disponibilità all’ascolto dimostrata da Berlusconi anche in relazione agli assetti del partito sul territorio. I più oltranzisti del suo gruppo hanno provato ad avanzare l’ipotesi di sottrarre a titolo dimostrativo qualche voto all’esecutivo. Scajola, però, li avrebbe richiamati all’ordine, Alla fine, dunque, le varie anime pidielline dovrebbero ricompattarsi in attesa della prova del decreto sviluppo che verrà affrontata a partire da lunedì. «È quella la partita decisiva» fa sapere Scajola. Pier Ferdinando Casini, intanto, tenta di seminare timori nel campo avversario. «Il premier ha intenzione di non ricandidare metà dei parlamentari che gli votano la fiducia: uomo avvisato, mezzo salvato». Un richiamo ai destini personali che non sembra destinato a influire davvero sulla contabilità finale del voto. Andrea Ronchi, infine, lancia un appello agli incerti: «Chi dice “Berlusconi faccia un passo indietro” non capisce che diventa in realtà il servo sciocco della sinistra. È sul decreto sviluppo che il centrodestra deve dare le risposte vere. I tentativi neocentristi servono solo a snaturare il centrodestra».