Veli, spettri e licenziamenti Il teatro esorcizza le paure

Paradossi dell’oggi. L’impiegato-modello di un’azienda di preservativi (Maurizio Micheli) per... preservare il posto di lavoro dalle epurazioni della crisi è costretto a inventare un’omosessualità inesistente. Le lobby, si sa, in Italia funzionano meglio delle liberalizzazioni. Tant’è la commedia agrodolce che vede in scena al Teatro Nuovo la coppia Micheli-Solenghi nell’impietosa lotta per la sopravvivenza contro i tagli, tra cene trabocchetto, procaci segretarie in stile Drive in e battutacce da ufficio. Si ride con una punta d’amarezza allo spettacolo L’apparenza inganna, tratto dall’omonima pellicola del Francis Veber interpretata da pezzi da novanta del cinema transalpino come Daniel Auteuil e Gérard Depardieu. E così il lieto fine in scena permette di digerire la realtà vera, dal momento che il mite contabile perseguitato da un sadico tagliatore di teste aziendali (Tullio Solenghi) verrà dapprima salvato dal suicidio da un provvidenziale vicino di casa. E poi, dopo essersi finto omosessuale minacciando di mobilitare le associazioni gay, ribalterà le proprie sorti e persino il suo carattere remissivo che ne avevano causato anche la debacle familiare.
Dai tagli al velo il passo è breve e così, sempre per rimanere ancorati a una realtà sempre più in bilico tra fiction e cronaca, ecco Sabina Negri portare sul palco dell’Out Off un’altra storia di ordinario multiculturalismo. Mia figlia vuole portare il velo, pièce diretta da Lorenzo Loris, reintroduce il dibattito sull’emancipazione della donna islamica nel mondo occidentale, ma ribaltando gli stereotipi generazionali. Questa volta è la giovane figlia ad esigere dalla madre la restaurazione di un’usanza a torto o a ragione considerata icona dell’inferiorità del mondo femminile. Nella trama, Fatima è una donna franco-algerina che si è sempre battuta per l’integrazione, la libertà, i diritti delle donne musulmane. Jasmine è sua figlia, ha venticinque anni, e il giorno seguente si deve laureare in medicina. I preparativi per festeggiare l’importante traguardo, che racchiude in sé anche il valore dell’emancipazione, sono in corso. Ma improvvisamente Jasmine rivela alla madre che vuole portare il velo. Le sue parole tagliano l’aria, paralizzano i preparativi della festa, fanno crollare le certezze. Fatima inghiotte la rabbia, cerca di dominare la delusione ma deve rinunciare a proibire. Il marito, che è sempre stato estraneo alle loro vite, viene chiamato in causa senza successo. Si riapre così uno scenario sul quale si agitano i grandi temi del rapporto uomo-donna, dell’indipendenza, delle diversità, della fede e dell’integralismo. Anche stavolta, però, il lieto fine scivola tra le maglie di un legame affettivo-familiare che, almeno sulla scena, supera ogni ostacolo. I classici, però, restano pur sempre un caposaldo per interpretare presente e futuro. E allora val la pena menzionare il dramma in scena al San Babila che ripropone una delle opere di Ibsen più dirompenti: Spettri, in collaborazione con il Teatro stabile di Bolzano (con Patrizia Milani e Carlo Simoni, per la regia di Cristina Pezzoli). È il capolavoro che ha rivoluzionato il teatro europeo, sondando i lati oscuri della borghesia benpensante, smantellandone il conformismo di facciata e cambiando radicalmente la prospettiva del teatro europeo del XIX Secolo. Messo in scena per la prima volta nel 1883 a Chicago, fu bandito per molti anni dai palcoscenici norvegesi. Gli spettri del titolo sono quelli del Signor Alving e della giovane cameriera Regine, che aleggiano nelle vite tormentate di Helene e Osvald, riemergendo quando sembravano essere scomparsi definitivamente.