Il velista D’Alema si guardi dai compagni di corrente

Il líder Maximo, assicurano i suoi amici, ce la può ancora fare, a salire sul Colle. E così, un collaboratore risponde alle obiezioni su una impresa che non procede poi così liscia come qualche giorno fa: «Va bene ci sarà da stringere qualche bullone, ma è sempre così, alla fine i voti verranno fuori, quelli che bastano e qualcuno di più».
Sarà vero, e del resto c’è solo da aspettare. È certo però che i suoi compagni di partito, o di corrente, hanno fatto e fanno il possibile per rendere l’ascesa al Colle del Migliore dei nostri giorni più ostica, e più dura da sopportare, impostata come è al modo di una guerra di sfondamento da vincere a tutti i costi più che come una contesa democratica che è da noi la più delicata possibile trattandosi della presidenza della Repubblica, che in una democrazia parlamentare svolge una funzione di alta garanzia, l’unica possibile del resto e ancor più dopo un risultato elettorale così risicato come è stato quello di un mese fa.
A essere o ad apparire i più stupiti per quella specie di rullo compressore all’opera da parte dei Ds sono alcuni vecchi Dc. Ciriaco De Mita fa notare che i Dc si avvicinavano sempre con grande cautela all’appuntamento per il Quirinale. Ed è vero che, intanto, né Fanfani, né Prodi, né Andreotti, o De Mita che in epoca diversa furono i padroni della Dc, sono mai arrivati a un simile traguardo. Qualcuno, Moro e Fanfani ad esempio, ci avrà anche provato, ma nella Dc, che pure dominava le coalizioni di governo dall’alto del 40 per cento dei voti popolari, c’è sempre stato qualcosa, a impedirlo. Rivalità lotte intestine, certo. E però a salire al Quirinale furono i grandi notabili, Gronchi, Segni, Leone, Cossiga, nessuno che rappresentasse direttamente il partito nella sua massima espressione politica.
Fa notare in proposito un esponente della vecchia Dc, che esistono molte ragioni per le quali i Ds dovrebbero essere più prudenti: essi sono, è vero, il maggior partito dell’Unione, ma hanno avuto il 17 per cento dei voti. E sono pur sempre gli eredi diretti del Pci, una cosa che dovrebbe obbligarli, come dire, a una maggiore grazia. E poi avessero candidato un vecchio notabile, un uomo fuori della mischia, ma no, vanno a candidare l’uomo che, come ha sostenuto Berlusconi nella campagna elettorale, è il padrone vero del partito, e della coalizione.
Altrettanto colpiti appaiono gli uomini della Rosa nel Pugno. Difficile dar torto a Capezzone quando dice che «D’Alema è l’esponente più rappresentativo della oligarchia politica italiana», la sua nomina sa troppo di nomenklatura dominante. Parlamentari o esponenti della Margherita, o della Rosa nel Pugno, mostrano insomma di avere molte ragioni politiche per non gradire, o per temere, D’Alema al Quirinale.
Non servono certo a superare perplessità e timori le autentiche minacce di uomini della Quercia come l’ex ministro Visco che si spingono a prevedere conseguenze negative per il governo ove D’Alema dovesse mancare i suoi obbiettivi. Piero Fassino, in una intervista al Foglio pronuncia parole simili a quelle di Visco. Il giornale fa seguire l’ipotesi che sulle labbra di Fassino i vaticini funesti sul governo non esprimevano una minaccia, piuttosto una previsione, o un timore. Una rassicurazione, se tale voleva essere, per nulla convincente.
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