Un velista romano scala l’Everest

È uno di quei personaggi posseduti da un entusiasmo contagioso e instancabile: stiamo parlando di Matteo Miceli, (classe 1970) il velista di Ostia pluricampione mondiale di traversata dell’Atlantico, che ieri mattina è partito per una nuova incredibile impresa: l’Everest, la vetta più alta del mondo. Del resto sua sorella Martina è oro di pallanuoto ad Atene e il fratello Marco è campione di stile rana. Buon sangue non mente.
Fin da ragazzo, Matteo si costruiva tavole da surf in cantina, sentendo ben presto che il futuro da odontoiatra non faceva per lui; così abbandona gli studi per entrare come operaio in un cantiere navale. Diventa skipper, costruttore, sperimentatore; va in India per scambiare le conoscenze nautiche con le comunità di pescatori che da millenni navigano con rudimentali gusci di noce. Durante una regata conosce Andrea Gancia, con cui decide di sfidare l’Atlantico su una barca costruita da lui stesso. Nasce così «Biondina nera», un catamarano sportivo - scoperto, non abitabile - con cui nella seconda traversata, del 2007, in solitaria, Miceli copre la distanza che separa Gran Canaria da Guadalupe in 14 giorni, 17 ore e 52 minuti. Viene eletto «Velista dell’anno» e diventa socio dei cantieri navali «d’Este» di Fiumicino, dove vi era entrato come semplice operaio. Per il 2012 Matteo ha un progetto straordinario: il giro del mondo da Roma a Roma, circumnavigando il Polo Sud. Il tutto senza l’ausilio di carburanti fossili; solo vento e sole. Per questo la sua ricerca - che gli è valsa il nomignolo di Leonardo del Mare - è puntata sulla creazione di un’«isola felice», imbarcazione che, ottimizzando tutte le tecnologie attualmente esistenti, riesca a produrre autonomamente energia solare ed eolica, con costi e ingombri sostenibili.
Lunedì, Miceli è partito per Singapore dove lo aspetta «Pachamama» (Madre Terra), l’imbarcazione da 15 metri della famiglia svizzera degli Schwörer (papà Dario, mamma Sabine, e i loro due figli di quattro e tre anni, con l’ultimo nato di pochi mesi) per compiere una spedizione che, via mare, raggiungerà Calcutta. Da lì i tre proseguiranno in bici fino al campo base alle pendici dell’Everest per poi raggiungere la vetta. Miceli non sa nulla di montagna, ma l’amico Dario è un’esperta guida alpina.
«Si dice che passare Capo Horn è scalare l’Everest del mare - ha affermato recentemente Miceli in un’intervista al mensile Italia Vela -. Assecondare le condizione meteo e la natura, che si tratti di un oceano o di un grande montagna, è sempre un avventura particolare che lascia un segno indelebile. Questa sarà una sfida con me stesso». In bocca al lupo, dunque.