Vellani Marchi, il lirismo che illuminava i paesaggi

Luciana Baldrighi

La sua vocazione è precoce. Nato a Modena nel 1895 dopo avere studiato all’Accademia di belle arti, Mario Vellani Marchi vince il premio Poletti per la pittura, un riconoscimento allora importante. Subito dopo parte come ufficiale volontario sul fronte e combatte sul Montebello. Dopo un anno torna a Modena per riprendere gli studi e incontra Giuseppe Graziosi, suo Maestro per tutta la vita.
Dal 1924 espone alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma e all’estero. Con Pio Semeghini nel 1924 visita Burano e la laguna veneta e ne rimane folgorato diventando successivamente il maestro della seconda generazione de la «Scuola di Burano». Tra i luoghi che maggiormente frequentava a Burano erano la casa di Umberto Moggioli e la Trattoria «Tre Stelle» di Romano Barbaro, collezionista e amico di tanti pittori.
Nello stesso anno inizia la sua collaborazione con il Teatro alla Scala: per il tempio della lirica firma numerose scenografie e nel 1925 si trasferisce definitivamente a Milano dove la sua figura si impone in primo piano nel panorama culturale. Frequenta il gruppo Novecento, la Galleria Pesaro, diventa redattore della «Fiera Letteraria» e dell’«Illustrazione italiana» e nel 1926 con Riccardo Bacchelli è fondatore del «cenacolo baguttiano» di cui diventa interprete e cronista con le sue «Liste». Nel 1934 con Orio Vergani nelle vesti di inviato del Corriere della Sera, diventa disegnatore per un viaggio nel continente africano. Non è un caso che la mostra allestita fino al 7 maggio alla Galleria Ponte Rosso di Brera 2 abbia come titolo «Il lirismo del paesaggio di Vellani Marchi. Opere inedite 1939-1944».
Si tratta di una quarantina di opere tra olii e disegni ritrovati nel suo studio e che come sottolinea Elena Pontiggia nel catalogo che accompagna la mostra, «la sorpresa maggiore non è tanto la qualità dei paesaggio anche se sono tra i più belli che l’artista abbia realizzato, ma le iridescenze quiete, quelle luci introverse eppure capaci di rischiarare tutta la composizione, quei trionfi dimessi di verdi teneri, di ocra antichi, di viola raddolciti, in cui il colore vorrebbe splendere e invece è trattenuto, disciplinato, riportato a una misura silenziosa e segreta, eppure egualmente commossa..».
L’espressività di alcuni quadri impressiona perchè esce lo stato d’animo dell’uomo, del pittore. Un ansia e un inquietudine accompagnano alcuni quadri dove l’uomo e le forme del paesaggio fanno parte della stessa natura, della stessa esistenza avvolti da un silenzio esistenziale, figure e paesaggi chiari, misteriosi e poetici come ad esempio «Estate in laguna» un olio su tela del 1939. La rassegna chiude con il quadro del 1944 «Merlettaia pensierosa», un olio del 1944 dove la figura si fa più «certa» definita, i colori più intensi e circoscritti come a fissare una visione profonda della vita e della storia.