Le velleità comunali sull’ordine pubblico

Forse s’annuncia, per merito dei sindaci, il grande riscatto, forse sorge l’alba d’una Italia dove la sicurezza non rappresenterà più un problema? Vorremmo tanto crederci, ma riesce difficile, anzi impossibile. Non che le sortite improntate alla legge e all’ordine di Sergio Cofferati e di Leonardo Domenici ci spiacciano. Le loro posizioni somigliano tanto a quelle che nel nostro piccolo andiamo sostenendo da decenni, e che hanno attirato su di noi sarcasmi, contumelie, e a volte perfino minacce. Siamo per la utilizzazione - sulle strade e non in comodi uffici - delle forze di polizia, le municipali incluse. Inoltre ci sentiamo solidali con i «primi cittadini» di Bologna e Firenze che adesso, insieme a Giuliano Amato, vengono additati al popolo come biechi repressori.
Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista - noto per il misurato linguaggio - ha scritto ieri nel titolo di prima pagina che «nascono le prime giunte militari». (Ma allora l’ipotesi di una svolta fascista affacciata da Amato prende consistenza, le ombre di Franco e di Pinochet, se proprio non vogliamo evocare Hitler e Mussolini, incombono sull’Italia). Sarebbe bello, insomma, avere un’Italia dei comuni che si ergesse compatta contro la minaccia criminale e teppistica.
Ma non accadrà. Sollecitati dal malumore crescente dei loro amministrati, Cofferati e Domenici hanno chiesto poteri di polizia giudiziaria, e armi ai vigili, per poter cacciare gli indesiderabili dal loro territorio. Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, li ha sùbito bacchettati: «Il controllo dell’ordine pubblico è una prerogativa dello Stato nazionale». Possiamo modestamente osservare che sia i sindaci sia il ministro stanno demolendo consolidate tradizioni della sinistra? Quando al governo non c’erano loro, gli esponenti della sinistra - immaginatevi poi l’estrema - avevano sempre sostenuto che l’invadenza dello Stato nelle questioni di ordine pubblico era nefasta, che bisognava dare libero corso alle istanze della gente, alle profonde e nobili emozioni popolari. Quanto ai vigili armati, sarà malizioso ma forse è anche opportuno ricordare i cortei milanesi, guidati dall’allora sindaco socialista Aniasi, all’inizio dei quali erano stesi striscioni che rivendicavano il disarmo non solo dei vigili ma anche di polizia e carabinieri: perché in una democrazia rettamente intesa le forze dell’ordine non devono avere armi - rituale era la citazione della Gran Bretagna -, gli unici abilitati a detenerle militavano nelle Brigate rosse o nella mafia.
Davvero una svolta radicale, quella dei sindaci-sceriffi. O aspiranti tali. Ma ribadiamo la convinzione che non approderà a nulla, perché in seno alla sinistra si produrranno lacerazioni paralizzanti, perché i vigili stessi - fortemente sindacalizzati e in generale assai poco propensi a scambiare il taccuino delle multe con la stella dello sceriffo - porranno ostacoli, infine perché dal Dna del Pci trasformatosi in Ds, prima o poi riaffioreranno con prepotenza vecchie idee, vecchie pulsioni, vecchie preclusioni. La polizia è il braccio della reazione, lo Stato capitalista punisce i deboli, gli ultimi, gli emarginati, e privilegia i colletti bianchi (sul bisogno d’un maggiore rigore verso i protagonisti di scandali finanziari siamo d’accordo, ma questo non c’entra con la licenza di delinquere concessa a chi spaccia, stupra, rapina, molesta, e qualche volta uccide. È meglio se i vigili aiutano. Ma il lavoro grosso lo devono fare la polizia e la magistratura. Il lavoro grossissimo dovrebbe farlo la politica, che invece delibera l’indulto, e non riesce a far sì che un processo arrivi al capolinea prima che siano trascorsi cinque o dieci anni. Mancano risultati concreti, restano i proclami velleitari. Nei quali inseriamo, a malincuore, anche i vaticini di Cofferati e Domenici.
Mario Cervi