Le velleità di Luca

I balbettii di Francesco Rutelli e Piero Fassino sugli errori di un esecutivo in carica da solo pochi mesi, le preoccupazioni e le sollecitazioni (peraltro irricevibili dall’ala sindacal-estremista della coalizione) di Massimo D’Alema, indicano quanto sia drammatica la situazione del governo Prodi. Non si deve permettere che questo stato di crisi si protragga per mesi e mesi perché l’unica cosa che può produrre sono nuove tasse con gli effetti disastrosi per l'economia illustrati dai vari economisti liberali (già sciagurati sostenitori di Romano Prodi alle elezioni) nonché dalle agenzie di rating internazionali Fitch e Standard&Poor's. Come si può trasformare il largo scontento nel Paese in un esito efficace anche parlamentarmente?
Si tratta di creare le condizioni perché una parte dei parlamentari che appoggiano l'esecutivo ne prendano le distanze durante la Finanziaria e perché i partiti più responsabili della coalizione comprendano come sia indispensabile preparare un nuovo corso politico, con o senza nuove elezioni. In tanti riflettono su questo esito. Sergio Romano, dalle colonne del Corriere della Sera, fa bene a sgridare Prodi perché straparla di complotti: peraltro il premier su Repubblica cerca di rimangiarsi le sue dichiarazioni che - come nota giustamente Romano - ci hanno fatto fare l'ennesima figuraccia all'estero. Però non è vero che negli ambienti che influenzano il Corriere non vi sia iniziativa politica sul fronte del governo Prodi: Luca Cordero di Montezemolo ha svolto una critica della finanziaria del 2007 strutturalmente oppositiva. Non contesta questo o quel provvedimento, anzi alcuni sono considerati molto positivi come quello sul cuneo fiscale. Ne attacca la logica di fondo: fiscalista, subordinata alla Cgil, non mirata allo sviluppo, collegata ad atteggiamenti dirigisti come quelli su Telecom Italia e Autostrade.
L'analisi di Montezemolo è convincente. Non lo è lo sbocco politico che più o meno impropriamente avanza: l'unità dei riformisti contro i massimalisti. Dietro questo slogan (che copre se non i complotti negati da Romano, almeno le «iniziative» del clan montezemoliano) ci sono disegni velleitari come un asse fra lui stesso, Pierferdinando Casini e Rutelli che escluda Lega e Rifondazione, e ridimensioni tutti gli altri: Prodi, Berlusconi, Fini, D'Alema. Insomma il solito pasticcio preparato dai soliti sottili ispiratori lontani dalla realtà. Si dirà: tutto fa brodo. Si tratta di buttare giù Prodi e anche la spallatina montezemoliana può servire.
In realtà è controproducente: le velleità, che spesso nascondono giochini di potere personale se non interessi aziendali, non convincono i politici di lungo corso. Anzi li spaventano. Ecco perché bisogna invitare (e parlando alla base degli imprenditori il centrodestra può ottenere effetti miracolosi) la Confindustria che ha smesso di amare Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa, se proprio vuole fare politica e non limitarsi al suo mestiere di sindacato di imprese, a portare un contributo limpido al dibattito. Definire quelle che sono le condizioni che considera utili al risanamento dell'Italia, garantire il proprio appoggio a chi s'impegna su questa via, senza dilungarsi nelle solite fanfaluche su riformisti e massimalisti.
Il centrodestra dovrà fare autocritiche su alcune scelte del passato? Porte aperte a queste autocritiche, che Casini, per esempio, ha già cominciato a praticare, abbandonando tra l'altro la strenua difesa del pubblico impiego, del partito Rai, forse del consociativismo bancario che hanno caratterizzato l'Udc in cinque anni di governo di centrodestra.