"Il velo non lo metto" La Merkel non entra nella moschea d’Algeri

La cancelliera rischia l’incidente diplomatico pur di non irritare gli elettori, già preoccupati per la strisciante islamizzazione della Germania

Berlino - No, il velo no. Frau Merkel è stata irremovibile, anche a rischio di provocare un incidente diplomatico. Eppure il programma ufficiale era chiaro. Al secondo giorno del suo viaggio in Algeria era prevista una visita della cancelliera alla Grande Mosquée di Algeri dove l'attendevano personalità religiose e del mondo accademico pronte ad illustrarle storia e preziosità di uno dei templi più splendidi dell'islam. Ma all'ultimo momento la visita è stata cancellata. E il motivo del cambio di programma è che la cancelliera non gradiva sottoporsi all'obbligo di coprirsi il capo come impone la religione musulmana ad ogni donna che entra in una moschea anche se di fede diversa. O più esattamente, come scrive l’autorevole quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, non le conveniva essere ripresa da fotografi e tv mentre contempla gli interni di una moschea con tanto di velo o chador. Immagini che sarebbero state su tutti i giornali e su tutte le reti televisive tedesche. Capricci? Assolutamente no.

Angela Merkel è figlia di un pastore evangelico e sa quanto possa ferire il rifiuto di sottoporsi ad un obbligo religioso. E infatti i giornali algerini lasciano trapelare un certo risentimento per la scelta della cancelliera. Ma la Merkel è un’astuta calcolatrice, con lo sguardo sempre rivolto ai suoi elettori. E sa che in questo momento di polemiche sulla strisciante islamizzazione le sue immagini in versione musulmana sono l'ultima cosa di cui ha bisogno.

Già altri aspetti della visita in Algeria avevano suscitato qualche mugugno. Tra i tanti impegni che la Merkel ha sottoscritto con gli algerini c'è anche la costruzione di una moschea ad Algeri, la terza più grande dell'islam. A realizzarla saranno architetti e imprese tedesche con finanziamenti algerini. Un grosso affare, che però cade in un momento in cui i tedeschi non ne possono più di sentir parlare di nuove moschee. In Germania già ce ne sono 163 e nei prossimi anni ne verranno costruite altre 184, cui bisogna aggiungere i circa 2.500 luoghi di preghiera già esistenti, spesso situati in garage, retrobottega, fabbriche o abitazioni private. Quanto basta a suscitare le preoccupazioni di molti tedeschi che si domandano se la terra del Papa può ancora essere considerata territorio cristiano. E ad esprimere queste perplessità non sono i soliti gruppi xenofobi, ma persone del tutto lontane da ogni istinto all’intolleranza religiosa o razziale come lo scrittore Günther Wallraff - noto per essersi camuffato da turco per sperimentare sulla propria pelle le discriminazioni nei confronti dei gastarbeiter (i cosiddetti lavoratori ospiti) - o Alice Schwarzer, figura storica del movimento femminista.
A Colonia, dove è in costruzione una moschea con minareti alti 55 metri, è nato un partito antimoschee, il Pro Colonia, che è andato bene alle comunali ed ora intende presentarsi alle politiche. A Berlino, dove nel quartiere di Heinersdorf dovrebbe sorgere un'altra moschea gigantesca, ci sono cortei di protesta al grido di «Wir sind das Volk» (noi siamo il popolo) come ai tempi delle manifestazioni che portarono al crollo del Muro.

Ma ciò che preoccupa non è tanto il numero quanto la struttura delle moschee che non sono solo luoghi di preghiera ma offrono una serie di servizi: corsi coranici, sale per ricevimenti, uffici per assistenza legale, ambulatori, negozi, banche, persino gioiellerie. Insomma tutto ciò che occorre ad un musulmano per ridurre al minimo i contatti con la società tedesca ed evitare di integrarsi. Esattamente il contrario di ciò che vuole il governo che teme la formazione di una società parallela. Di qui le pressioni sulla Merkel che ha preferito rischiare l'incidente diplomatico, piuttosto che dare adito a nuove polemiche.